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La Patologia della normalità - "Pedagogia, orientamento e mediazione familiare con Dott. Maurizio Forzoni"

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Individuo
Dallo “svenire” isterico al ghosting: la fuga dal rapporto

Oggi la patologia della mancanza, dello "svenire" isterico, sino alle forme estreme del "ghostare" l' altro, sono fatte passare da normalità. Invece, come ha fatto notare una mia amica del pensiero, sono forme di infantilismo e incompetenza al rapporto.

C’è una strana alchimia culturale che trasforma la fuga in stile, l’assenza in “confine sano”, la sparizione in “autotutela”. Nel lessico contemporaneo, tutto ciò che evita il confronto tende a presentarsi come prova di maturità: “non devo spiegazioni”, “non devo nulla”, “mi proteggo”. Eppure, quando l’assenza diventa modalità sistematica—quando al posto del dialogo subentrano silenzi, teatrini emotivi, svenimenti simbolici, sparizioni digitali—non siamo davanti a libertà, ma a un deficit: un’incapacità di stare nel rapporto.

La “mancanza” come performance e come sintomo

La “patologia della mancanza” non è semplicemente il bisogno di spazi o di solitudine (che è fisiologico). È piuttosto la trasformazione dell’assenza in strumento relazionale: sparisco per regolare l’altro, per punire, per tenere il controllo, per non espormi, per non rischiare di essere smentito o vulnerabile. L’assenza diventa linguaggio: un linguaggio passivo-aggressivo, spesso inconsapevole, ma non per questo innocuo.

Nel teatro dello “svenire” isterico—inteso qui come figura culturale, non come diagnosi clinica—la persona interrompe la scena relazionale quando la tensione sale. L’intensità non viene attraversata: viene tagliata. Il corpo (o la psiche) “molla”, esce dalla stanza, spegne il telefono, cambia discorso, si ammala strategicamente, oppure si rifugia nell’ambiguità. Il messaggio implicito è: non sono tenuto a reggere ciò che mi mette in crisi.

Il ghosting ne è la versione digitale, iper-efficiente: un click, e l’altro diventa inesistente. Non si tratta solo di maleducazione: è spesso una forma di gestione dell’ansia e della responsabilità. Il ghoster evita il disagio di dire “non mi va”, “non sono pronto”, “non desidero continuare”, “ho cambiato idea”. Evita anche il rischio di vedere l’effetto delle proprie scelte sul volto dell’altro. In questo senso, il ghosting è la scorciatoia perfetta per un Io che non ha sviluppato competenze di reciprocità.

Perché oggi viene normalizzato

Ci sono almeno tre fattori che alimentano questa normalizzazione:
  1. La cultura dell’Io RE (sino al Narcisismo)
    L’idea che la relazione sia valida solo finché non mi costa fatica. Appena compare frustrazione, diventa “tossica”. Il termine tossico viene spesso usato come allarme autentico (e a volte lo è), ma talvolta è un alibi per non distinguere tra conflitto fisiologico e violenza reale.
  2. La precarietà affettiva come abitudine
    Relazioni a bassa responsabilità, altissima reversibilità: tutto è revocabile, anche la presenza. Se posso uscire senza conseguenze, perché imparare a restare?
  3. L’analfabetismo emotivo
    Molte persone non hanno strumenti per nominare stati interni complessi: vergogna, invidia, paura del rifiuto, senso di inadeguatezza. Quando non sai dire “mi sento così”, finisci per agire quel “così” con il silenzio, l’assenza, la sparizione.

Il punto etico: la relazione è un luogo di responsabilità

Il problema non è “non voler continuare” un rapporto. Il problema è come lo si comunica. La libertà personale non coincide con la deresponsabilizzazione. Una relazione—anche breve, anche digitale—genera aspettative minime di riconoscimento: “ti vedo”, “ti considero”, “non ti tratto come oggetto disattivabile”.

L’infantilismo relazionale sta proprio qui: nella difficoltà di sostenere l’attrito inevitabile tra desiderio e limite, tra impulso e conseguenza. L’adulto emotivo non è chi non prova ansia o fastidio: è chi può attraversarli senza distruggere l’altro o cancellarlo.




               Arezzo, lì 12/02/2026
                     
                           Maurizio Forzoni

                           © Dott. Maurizio Forzoni    

                                 
Maurizio Forzoni (info@maurizioforzoni.it/347.8392440), pedagogista (specializzato in pedagogia del benessere, terapeutica e fiuridica), mediatore familiare e orientatore esistenziale, attualmente svolge attività di pedagogista,  orientamento esistenziale e formativo nelle relazioni d'aiuto in ambito familiare, soggettivo, scolastico, all'interno del Centro Formativo, didattico-pedagogico, di orientamento e ricerca UniSocrates di Arezzo, città nella quale vive.  Ha scritto articoli e seminari, tra cui: "Dall'Ideale alla relazione", "Fare il bene fa bene? Analisi dei rapporti parassitari", "Questione d'etica", "Prendersi cura dell'altro nell'era contemporanea", "Il capitale del soggetto", "Il partner e la formazione analitica", "Il soggetto dell'inconscio", "La paura del vero", "Sulla formazione dello psicoanalista", "La psicoanalisi dal divano all'aula di tribunale:psico-appropriazioni indebite", "In genere l'incontro è speciale", "Dall'Ideale alla Relazione", "Pensiero e azione dell'insegnante come imprenditore a scuola" (intervento al corso di formazione accreditato MIUR e organizzato dal Laboratorio di Formazione e Lettura psicoanalitica di Torino, dal titolo "Scuola alla prova dell'appuntamento -- Facilitare i rapporti a scuola").
                          



































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