Pensiero e azione dell'insegnante come imprenditore a scuola - Pensieri in movimento -- Maurizio Forzoni

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PENSIERO E AZIONE DELL'INSEGNANTE COME IMPRENDITORE A SCUOLA
a cura di Maurizio Forzoni
                
 
                    Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino”      (Jean-Jacques Rousseau, Emilio)


Maurizio ForzoniDesidero iniziare questo articolo attraverso una frase di Giovanni Sias, che ha attirato la mia attenzione: “ Il maestro migliore non è quello che spiega bene le cose agli allievi ma è quello che impara con i suoi allievi, che ricerca con loro e attraverso loro, percorrendo così le vie della conoscenza. Che si tratti della conoscenza implica dunque che un maestro non si limita a insegnare in modo pedissequo metodi e tecniche acquisite e consolidate” (vd. Giovanni Sias, Fuga a cinque voci,  Antigone Edizioni s.a,s, Torino,  pg.49).  

Il maestro, l'insegnante, il docente può essere, prima di tutto, un ricercatore, non da solo, non per proprio conto, ma assieme ai propri allievi. Un cointeressamento, una società in affari.  Una cosa  è mettere sul tavolo una nozione, un sapere, anche una tecnica dall'alto di un sapere (o di una cattedra, di un piedistallo), domandando o imponendo che la si impari,  altra cosa è farla rilevare, riconoscere, offrendo la possibilità, opportunità e occasione per lavorarci assieme,  ciascuno in base ai propri tempi; proporre e non imporre (quando si è costretti ad imporre è, a mio avviso, piuttosto un fallimento dell'insegnamento, il sintomo che qualcosa non ha funzionato, o non sta funzionando).  

Mi piace pensare alla preparazione di una lezione come un'offerta (e infatti si parla proprio di offerta formativa).  Non si forma qualcuno, ma ci si forma assieme. Un insegnante ha molto da offrire, grazie ai propri studi, alla propria formazione formale, non formale e informale, ma ha anche molto da ricevere, da imparare, in uno scambio e relazione reciproca, (a volte) fruttevole.  Non è scontato infatti che una relazione dia i propri frutti, e tanto meno immediati, secondo tempi standard e imposti da protocolli ministeriali. Occorre non dimenticarci che una classe è composta da soggetti completamente diversi l'uno dall'altro, ognuno con la propria storia personale e formativa, con le proprie inclinazioni, i propri talenti, i propri limiti, le proprie difficoltà, ma anche le proprie preferenze (e simpatie). Lo stesso discorso è valido ed estendibile, ovviamente, al docente.  

Oggi sta passando il messaggio che pensare l'insegnamento come  vocazione o  missione sia un concetto superato, dal momento che l'insegnante è pensato esclusivamente come un professionista debitamente formato  per adempiere a determinate funzioni sociali.  Ossia si va verso l'oggettificazione dell'insegnamento, ove docenti e allievi sono nuovamente pensati gli uni come dispensatori di saperi e di nozioni, gli altri come enti riceventi e ricettivi. Se l'alunno, il bambino, lo studente non apprende subito e secondo certe tempistiche standard, vi è il rischio concreto del suo incasellamento in cassetti o categorie pseudo-diagnostiche, da cui poi diviene davvero difficile uscire. La stessa questione vale per l'insegnante. Colui o colei che non riesce nel proprio compito, ossia non rispetta il raggiungimento di obiettivi standard prefissati, rischia di passare per incompetente o inadeguato al compito istituzionale che riveste. Le prove invalsi, oggi obbligatorie, hanno questo scopo: di verificare la standardizzazione degli insegnamenti ai canoni generali. In e attraverso tali sistemi vi è il rischio concreto di perdere il primo principio di un insegnamento: quello di appassionare  e appassionarsi allo stesso tempo.

Un docente ha, come primo compito, quello di appassionare, e lo può fare solo se è a sua volta appassionato o appassionata, interessato o interessata alle conoscenze che trasmette. E questo viene prima e aldilà di qualsiasi ruolo o “dovere” di tipo professionale e contrattuale. Il primo patto che un docente fa è con se stesso/a e con gli allievi del suo corso. La prima valutazione non è il voto, bensì giudicare il grado di soddisfazione che ciascuno ha ottenuto da ogni singola lezione. Ciò che notiamo, invece, nelle nostre scuole, è spesso la scarsa (quando non assente) ricerca di desideri, piaceri e soddisfazione.  

In un insegnamento, durante una lezione, si instaurano vere e proprie relazioni sicuramente economiche. E come in tutte le economie si può essere sia in perdita che in utile. La problematicità nel trattare con una classe è sicuramente insita nella questione del gruppo. In una classe ci si approccia con una moltitudine di soggetti, con i più svariati interessi, o anche disinteressi. Non si può pretendere di appassionare tutti allo stesso modo. Ci sarà il soggetto che ha meno bisogno di stimoli, quello più portato per certe materie o argomenti, quello che va stimolato continuamente, quello con cui non si riuscirà a fare nessun tipo di lavoro. Sono questioni che occorre tenere presenti. Non con tutti è sempre possibile riuscire a lavorare, nonostante l'impegno o la buona volontà. E questo vale sia per gli insegnanti che per gli allievi.

Nella scuola ci sono ovviamente dei ruoli. Ma riuscire a superarli è già una prova di beneficio. Non è la stessa cosa, ad esempio, essere autorevoli o  essere autoritari.  

In ambito scolastico e formativo si parla molto di educazione, o di ritorno all'educazione. I problemi che si riscontrano in ambito scolastico si ritiene siano derivanti dal fallimento del compito educativo in capo a famiglie e corpo docenti. Come se nelle istituzioni scolastiche sia tornato in voga una sorta di lassismo, ove tutto è permesso. Io non la penso così. Io ritengo che nelle scuole di oggi ci sia un eccesso di regole, regolamenti, piani formativi che funzionano come degli obiettivi da raggiungere inderogabilmente, per tutti uguali, senza tenere conto della soggettività e della realtà di chi davvero è impegnato sul campo. Per non parlare (ma parliamone invece) della corsa alle diagnosi precoci. Se il bambino non risponde a degli standard, ecco che va normalizzato, ossia normo-regolato. Io ritengo che molte diagnosi di disagio infantile, siano derivanti dall'incapacità di ascolto di certe questioni che il bambino denuncia come può, attraverso i propri sintomi, quelli che si chiamano erroneamente “capricci”. Sto parlando ora di bambini nell'età prescolare e della scuola primaria, dove davvero si può fare ancora tanto, dove si può intervenire, dove davvero si potrebbe (re)imparare dall'imparare giocando, con soddisfazione e partnership. Questi bambini, infatti, contrariamente a quanto si crede, non hanno bisogno di regole e di essere legati (in maniera figurata) alla sedia, ma hanno necessità di muoversi in libertà, con e mediante la guida di adulti. Essi sono naturalmente degli esploratori curiosi, interessati e esigenti. Sono dei buoni partner e compagni di gioco. L'educazione è quindi solo un bisogno dell'adulto, non del bambino. L'educazione diviene il problema, non la sua risoluzione. Semmai è spesso l'adulto che necessiterebbe di riformarsi al saper giocare, lavorare con piacere, giudicando poi il grado di soddisfazione che ne è derivato.  

Per il bambino imparare è fare, non è mai qualcosa di teoretico senza nessun riscontro nella realtà. Pensare, sognare, giocare, sono già tutti atti del fare. E non è questa la migliore definizione di formazione? Tutti noi abbiamo esperimentato  che,  nel corso della nostra vita, pur imparando lezioni, capitoli, date, nozioni, e così via, ricordiamo a lungo nel tempo,  solo le cose che siamo riusciti a mettere in pratica e che ci hanno appassionato. Il resto non rimane, non si ricorda, non ci interessa ricordare o riprendere in mano, o approfondire. Imparare, conoscere, insegnare è un lavoro, è fare. E' un investimento, sia per l'insegnante che per l'allievo. Un investimento la cui rendita, il cui raccolto, si misura –  prima ancora che dal voto e dalla promozione – dalla parte di soddisfazione (giudizio) che a ciascuno è ritornata come ricompensa del proprio lavoro. Ho fatto bene ad investire su questa classe anche se non abbiamo terminato il programma ministeriale, o non abbiamo fatto tutto ciò che era previsto. A forza di parlare solo di programmi, obiettivi come budget di produzione, si rischia di perdere il gusto di quello che si sta facendo.

Freud poneva educare tra i compiti impossibili. Io ritengo che si potrebbe anche dire di più. Quando si pretende di educare, infatti, si finisce di sovente con il voler imporre il proprio modo di pensare e di vedere ciò che si ritiene giusto, e ciò che si ritiene sbagliato, e tutto ciò è sempre frutto del tipo di educazione che ci è stata impartita da bambini, senza magari avere valutato autonomamente e in proprio se il tramandato (l'acquisito) fosse giusto oppure sbagliato. Chi è stato percosso come punizione, tenderà magari a pensare che sia giusto percuotere i propri figli, se si pensano in errore. Chi è stato umiliato e messo in castigo, penserà magari che quello sia il modo giusto per castigare i propri figli o i propri alunni. Chi ha avuto madri che strillavano nelle orecchie (come se fossero sordi), penserà magari che è giusto strillare nelle orecchie dei figli o degli alunni, anche molto piccoli. E così via.  Perciò educare un altro è sempre una pretesa e sovente  di tipo autoritario, a meno che non lo si intenda nella originaria etimologia di e-ducere, ossia trarre fuori, tirare fuori, fare emergere (ciò che già c'è,). Tutto l'opposto di come è pensato il contemporaneo termine " educare", che in realtà è un inculcare ad un altro le mie idee, il mio modo di pensare, la mia visione del mondo. Molto diverso dal concepire l'insegnamento come un atto non educativo, bensì formativo, ove in realtà ci si forma assieme. Qualunque insegnante ben formato avrà sperimentato quanto ha potuto imparare – a  sua volta –  nel corso di ogni lezione e dall'incontro con ogni singolo alunno, e come gli effetti del proprio insegnamento non si possa mai prevedere a priori.  

Una lezione che ho imparato dalla mia formazione psicoanalitica (e che tengo sempre presente) è che non si può imporre a nessuno di riconoscere o accettare la verità, o il sapere, e nemmeno di ricercarla. E' un lavoro che ciascuno può fare, solo se ne ha desiderio. Ritengo che sia una grande lezione. Non si può stare nella posizione di leader, o di maestro, o di insegnante,  o di colui che sa, perlomeno non a lungo. Ci si può mettere al lavoro, semmai, e cercare la propria verità (e sapere) assieme. Quando oggi si rivolge a me l'imprenditore in difficoltà, o lo studente che non riesce ad andare avanti in un percorso di studio, o il soggetto che sente non essere quella vissuta la propria strada economica – familiare – sociale - professionale, ci si forma sempre assieme, analizzando la storia, gli incagli, i motivi degli insuccessi, le scelte. Ma non sono io l'esperto che dà la soluzione. L'esperto è sempre il soggetto che, parlando e progettando, avendomi come partner, riesce ad uscire fuori dalle "impasse" – che io, oramai da lungo tempo, chiamo "girotondi d'inerzia" –  nelle quali si trova.  

Arrivato a questo punto, desidero terminare con una frase della psicoanalista  Dott.ssa Irene Palazzo che ha condiviso su facebook e che mi ha colpito (https://www.facebook.com/irene.palazzo). Voglio terminare come punto non di arrivo, ma di partenza; come domanda aperta, ove ciascuno, se vorrà, potrà metterci del proprio.  

<< Ci sono i bimbi bravi (educati, col senso del dovere nello studio e perfetti agli occhi di genitori, parenti e maestre).Io ero una bimba brava: sapevo cosa dovevo dire alla maestra, sapevo quanto contassero i voti e studiavo per questi prendendo sempre il massimo; sapevo insomma come dovevo presentarmi, o meglio camuffarmi, al pubblico. Facevo sempre fare bella figura e rendevo così facile la vita agli altri.

"E' proprio una brava bambina!", dicevano di me. Potrebbero esserci altri bambini, perfetti alle orecchie (e non agli occhi) di soli adulti competenti: non sono interessati al voto, ma amano scoprire ( e il voto ne è la sola conseguenza), sono capaci di giudizio: si arrabbiano molto se qualcuno li offende e ridono di gusto quando fanno qualcosa che gli piace.

"Ma perché noi adulti: genitori, maestri,educatori, vogliamo bambini che ci facciano fare " Bella Figura" ?"
Vorrei tanto che il test per genitori, insegnanti, educatori, fosse questo: osserviamo se i bimbi fanno qualcosa con gusto e se hanno capacità di pensiero al di là dei concetti da studiare a memoria.
Occupiamoci di quei bimbi che invece non ridono più come prima: spesso, sono quelli bravi.... A te . ! E che vinca il più soddisfatto! Il migliore non mi interessa più”. – Irene Palazzo


Grazie a chi è venuto (e viene) all'appuntamento, con reciproca soddisfazione.  


Buon lavoro e form-azione a ciascuno !!!






 
Arezzo, lì 21/06/2019
© (2006-2019) -Dott. Maurizio Forzoni


    Maurizio Forzoni (info@maurizioforzoni.it/347.8392440), pedagogista e orientatore esistenziale, attualmente svolge attività di pedagogista,  orientamento esistenziale e formativo nelle relazioni d'aiuto in ambito familiare, soggettivo, scolastico, all'interno del Centro Formativo, didattico-pedagogico, di orientamento e ricerca UniSocrates di Arezzo, città nella quale vive. E' formatore della didattica innovativa iscritto al Registro Internazionale I.E.T, è iscritto al Registro Nazionale Orientatori presso l'Associazione Nazionale Orientatori – Roma, ed è formatore e supervisore autorizzato Eipass – European Informatics Passport. Ha scritto articoli e seminari, tra cui: "Dall'Ideale alla relazione", "Fare il bene fa bene? Analisi dei rapporti parassitari", "Questione d'etica", "Prendersi cura dell'altro nell'era contemporanea", "Il capitale del soggetto", "Il partner e la formazione analitica", "Il soggetto dell'inconscio", "La paura del vero", "Sulla formazione dello psicoanalista", "La psicoanalisi dal divano all'aula di tribunale:psico-appropriazioni indebite", "In genere l'incontro è speciale", "Dall'Ideale alla Relazione", "Pensiero e azione dell'insegnante come imprenditore a scuola" (intervento al corso di formazione accreditato MIUR e organizzato dal Laboratorio di Formazione e Lettura psicoanalitica di Torino, dal titolo "Scuola alla prova dell'appuntamento -- Facilitare i rapporti a scuola")                 
                          





























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