Sentieri e pensieri - Pensieri in movimento -- Maurizio Forzoni

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I compiti impossibili “Sent-ieri e Pens-ieri: però oggi tocca a me.” a cura di Maurizio Forzoni

Prossima Serata del 16/03/2011 ore 21:00

Introduzione:

Riflettevo sulle offerte di Claudia Rapetti nella sua rubrica “Tutte Storie” della serata precedente. Lo facevo mentre contemplavo le foto di quel paesaggio straordinario che apre lo sguardo al mare. Pensavo, altresì, a quello spazio d'incontro senza forzature, ovvero ciascuno quando può e quando ne ha voglia: senza intrusione. L'uomo e la natura che riescono a convivere, aggiustandosi, senza però aggressioni. Forse anche nelle città, nonostante il caos, nei meandri delle architetture, vi è ancora spazio per un qualche rapporto, una convivenza che non sia connivenza, semmai complicità.

Pensavo, di poi, riallacciandomi alla Rubrica di Giancarlo Gramaglia, al cogitabondo Freud a Venezia, alle sue perplessità, alle sue torsioni, alla sua ricerca, forse alla sua pausa di riflessione, a quelle lettere scritte all'amico Fliess. Pensavo ai suoi pensieri che abbiamo la fortuna e l'occasione ancor oggi di leggere. E' un materiale prezioso perché rappresenta sempre un nuovo invito a non fermarsi all'apparenza, all'evidenza, ma a cogliere da ciò che sfugge il senso dell' ex-sistenza.

Pensavo non alla clinica, bensì allo star bene o allo star male, che è sempre una questione di come si sta con sé stessi e poi con gli altri. Star bene, star male, accettare o abbandonare la situazione, sfuggire: tutte queste architetture interiori, come diceva Salvatore Caldarola, che diventano dei muri, delle barriere, degli scogli, allontanando il soggetto da ciò che di semplice lo costruisce e che possiamo sintetizzare nel “ho piacere”, “ho dispiacere”, “gradisco”, “non gradisco”. E così via. Punti esse-nziali, direi.

Pensavo agli incontri, agli abbandoni, ai non-incontri, agli scontri: nodi ove le matasse si dipanano, si aprono e si intrecciano, ai quali conviene dare il senso delle parole. Una qualche spiegazione, gliela dovremo, prima o poi.

E poi pensavo a miei sentieri e ai miei pensieri. Ho avuto la fortuna di vivere da bambino in luoghi aperti, ove la natura e la campagna facevano sentire la propria voce e il proprio fascino. Là, in quel luogo di bimbo, i sentieri esistevano, davvero. E non portavano mai dalla stessa parte, non andavano mai nella stessa direzione. C'era un mondo di avventure da scoprire. Camminando si poteva alzare la testa e guardare il cielo, oppure toccare le foglie di un albero, o partire alla scoperta di luoghi sperduti mediante un cipresso che fungeva opportunatamente da mezzo di locomozione.

Pensieri e sentieri, il cammino comincia sempre così. Per ciascuno.

Ci sentiamo, con piacere, Mercoledì prossimo al Seminario del Laboratorio di Formazione e Lettura Psicoanalitica, per continuare insieme.

Sentieri e pensieri. Si. Oggi tocca a me. Ma non da solo: bensì con chi gradirà (o potrà) esserci.

Arezzo, 10/03/2011

Maurizio Forzoni



<< Era dunque un sogno: “pensai fosse quello di un ‘porco’ : non escludo che esso fosse associato con
l’augurio che tu mi formulasti due anni fa, ovvero che anch’io potessi trovare al Lido di Venezia un
cranio di pecora che mi illuminasse, come accadde a Goethe.”>> Lettera di Freud a Fliess nel 1897

Bene. Innanzitutto Vi ringrazio, come sempre, dell'invito. Lo accetto, ogni volta, di buon grado, dal momento che è un'opportunità per discorrere intorno a certe questioni. Ciascuna volta che mi approccio a parlare, durante questi nostri incontri del Mercoledì sera, parto sempre dal titolo o da una bozza, cercando di tratteggiare una sorta di linea guida (chiamiamola, se vi va, scaletta). Nel momento in cui, però, comincio a scriverci intorno i miei pensieri, mi rendo conto che, ciascuna volta, non seguo mai una linea ben definita, ma lascio spazio all'inaspettato, a un commento che mi è rimasto in mente, a un pensiero, a un'idea, a un appiglio buttato là che però acquista o può acquistare il suo senso. Magari quel senso è proprio quello lì, nel momento in cui ci penso, per poi cambiare o mutare o rilanciare in un attimo successivo. “Tempus fugit” è, in realtà, un accesso metominico. Il desiderio non si lascia imbrigliare: il problema, troppo spesso, è farlo emergere, riconoscere, per poi sostenerlo.

L'accostamento sentieri e pensieri, oltre a sembrarmi davvero pertinente, mi piace molto. Però c'è quel qualcosa in più che ,nel titolo, non mi sfugge e continuamente domanda attenzione. Perché pensi ieri e senti ieri, però oggi tocca a me? Mi fa riflettere e pensare a una ribellione che quando si verifica è la sua fortuna. Però mi fa pensare all'altra questione, anch'essa fortunata: se riesco a dire, “oggi tocca a me”, sono nella consapevolezza di aver fatto un passo avanti, perché riconosco che ho un ruolo attivo nel sentiero che sto seguendo o che ho seguito sino ad oggi. Insomma, non è frutto del destino, della mala o buona sorte, della cabala, degli oroscopi, delle casualità. Posso dire, in tal caso, “questo sentiero è sentito". Non è scontato sentirsi. Chi si sente, davvero, ogni giorno? Certo, si parla, a volte anche all'altro, ma ci si sente?

La vita come sentiero è una metafora che gradisco. Già, mi pare proprio gradevole. Anzi, possiamo dire che sia un sentiero aperto ai pensieri. Per questo non ci meraviglia più che grandi pensatori come Freud e Lacan, ci abbiano indicato un cammino, nei loro scritti, proprio in veste di sentiero, ove si arriva sempre a qualcosa di inaspettato. I loro processi mentali sembrano contraddittori, ma ciò accade solo allorquando non si considera il fatto che stavano procedendo verso dei sentieri in continuo divenire. Leggendo Freud e Lacan, sappiamo tutti quanto la loro testimonianza, il loro lavoro sia tutt'altro che concluso. Non danno mai un segnale in tal senso. E forse, nemmeno noi, salvo reticenze, dovremmo percepire segnali in tale direzione di "ricerca del vero" (l'estetica della saggezza). Se è la verità che cerchiamo dalla psicoanalisi, forse dovremmo fermarci un attimo.

Pensiamo ad esempio alla seconda topica di Freud, nell'anno 1923: a me sembra che -- quella della pubblicazione dell'Io, l'Es e il Super Io -- essa abbia determinato non un punto di arrivo, ma una scoperta consegnata nelle mani di coloro che, compreso noi, gli sono succeduti. Pensiamo ai rilanci di Lacan a questa seconda topica, nel 1953, con il suo testo inaugurale “Funzione e Campo della parola e del linguaggio”. Pensiamo all'investimento di Lacan, attraverso i suoi scritti, nel sostenere la storia della sua psicanalisi, del suo vissuto, del suo sentiero, appunto. L'iniziale preminenza dell'mmaginario, per poi passare al simbolico e per poi giungere alla preminenza del reale. Ma non vi sembra la storia di un'analisi, come la vivono tutti coloro che ci si imbattono? Certo, i registri si alternano, si imbattono, si incrociano, e ci sarà pur sempre un punto di capitone (la follia del vivere quotidiano, in fondo, anche se di striscio, è un'esperienza assolutamente umana). I pensieri circolano. E' la storia di ciascuno.

Ciò che è temuto, forse, è il fatto che il sentiero non sia scritto, già determinato, bensì da scrivere. Allora, per non correre rischi, siamo stati più o meno tutti abituati -- come spesso abbiamo parlato anche qui -- a tentare di forgiare, di dirigere, di canalizzare, d'indirizzare e d'indottrinare. Certa scolastica, certa pedagogia, è davvero un pessimo esempio. Per questo, a mio avviso, ogni soggetto ha una grande possibilità: quella di ritrovare il proprio patrimonio, quello perduto o confuso con ciò che s'ìmpera nel comun sentire. Riuscire o perlomeno tentare di ritrovare, al di là delle aspettative e delle aspirazioni imposte o le credenze, ciò che rappresenta il proprio investimento, la propria meta pulsionale. Freud ce lo dice chiaro e tondo, semmai tentassimo di sfuggire, come sempre. Già si sa, la resistenza è sempre dietro l'angolo e occorre saperla riconoscere (ed entrare, ma solo un pò, nel suo gioco).

Ogni sentiero lo si vorrebbe, come dire, predestinato, già inscritto, a nostra immagine e somiglianza. Ma non è così e questo genera, nell'umano, sofferenza ed errori grossolani, il più delle volte dettata proprio dai tentativi di controllo narcisistico. Regole, rituali, credenze, supposizioni aleggiano nelle famiglie, allorquando ci si approccia ad incontrare nuovi venuti. Francoise Doltò, quando parlava di bambini, e lo ha fatto per tutta la sua vita, diceva che i genitori dovrebbero pensare ai propri figli come se fossero degli ospiti. Ossia con riguardo, senza stravolgere, con intrusioni, la vita che già essi sono. Persone autonome e non tabulae rasae su cui iscrivere altrui caratteristiche e, ahinoi, le problematoche non risolte e incompiute degli adulti. L'incontro con un figlio è un vero e proprio incontro. Con un ospite, appunto, con un soggetto che ha già il suo sapere e, a modo proprio, ce lo manifesta. Questo fatto forse fece pronunciare a Freud le parole che per i Diritti delle Infanzia deve essere il medico ad alzare la voce. Bè, si. E' molto bella questa riflessione. E' davvero opportuna. Francoise Dolto, ad esempio, mi è sembrato aver raccolto questo invito. Troppi sentieri e troppi pensieri si perdono o rimangono lì ancorati alle false credenze, alle supposizioni o alle idee inculcate. Non tutti ce la fanno, da soli, quando si trovano di fronte a situazioni di carenza della metafora paterna, per dirla con Lacan. Ossia senza l'ausilio del traghettatore, come definisce Giancarlo Gramaglia questa funzione.

Gli atelier svolgono, a mio avviso, questa funzione, così come il Centro della Norma Soggettiva, così come uno sportello di ascolto che si ponga nella posizione di vero ascolto, può svolgere questa funzione. I sentieri in circolazione possono essere i più vari. L'importante, a mio parere, che comincino ad essere alternativi a tutto ciò che c'è in giro, a questa saturazione di risposte certe o di guru o di consiglieri delegati e deleganti. Forse è questa la funzione della psicoanalisi moderna che, poi, si può chiamare come vogliamo, l'importante è che lasci spazio al soggetto per trovare o ritrovare i propri sentieri e i propri pensieri, in qualunque luogo inaspettato essa possa svolgersi. E può essere imbrigliato tutto questo? Sarà mai possibile imbrigliare la facoltà di un soggetto di decidere dove, quando e a chi affidare il proprio dire, la propria sofferenza, le proprie idee? Sarà mai possibile imbrigliare la facoltà di scegliere con chi prendersi cura di sé? Questo mi fa pensare alle resistenze intorno alla psicoanalisi, ancora una volta. Dove risiede la paura della perdita tipica di certi ordini o confessioni? Questione aperta.

Non possiamo ignorare, rimuovere, negare o rigettare, i tentativi moderni e del passato per imbrigliare e non riconoscere questa possibilità di scelta, nonostante che lo stesso Stato lasci libertà in tal senso, non disciplinato e non regolamentando. E questo non avviene solo con la psicoanalisi, bensì con tutte quelle professioni libere e non regolamentate ( e sono tante, sono tante quanto però non nominate, ignorate, censurate, obliate, mortificate). Non se ne parla. Sembra quasi che si possa parlare solo di quelle professioni per cui lo Stato richiede una specifica abilitazione o iscrizione a Albi e Ordini. Lo sappiamo, in Italia le Lobbies di potere sono molto forti, più di quanto si immagini, lasciatevelo dire da chi, ogni tanto, è chiamato a farci i conti. Nelle professioni sembra che continui questa prassi primordiale che occorra sempre una Licenza o un'autorizzazione, direi approvazione, per fare alcunché. Peccato che -- per tali fautori del tutto iscritto affinché sia riconosciuto - i comportamenti umani sono tali a prescindere dalle autorizzazioni statuali, o meglio il vincolo contrattuale ha sempre delle questioni e delle relazioni aperte. A questo proposito desidero concludere con il seguente esempio: non esiste settore, come quello bancario, dove, di tanto in tanto, passa una nuova legge che aumenta i presupposti e i requisiti per l'iscrizione agli albi. Sempre maggiori garanzie, sempre maggiori capitali, sempre maggiori patrimoni sono chiesti ai consulenti finanziari o alle imprese esercenti attività creditizia. Bé, io personalmente non conosco settore imprenditoriale dove il mal costume, l'illegalità e l'assoluta mancanza di etica è costante come in quello bancario. Che la ricerca di un garante assoluto o un'autorizzazione autorevole rappresenti una ghiotta tentazione al mal'affare generalizzato?

Mi fermerei su questa domanda. Vi ringrazio e ora ascolterò i vostri sentieri e i vostri pensieri.

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