Raccolta di pensieri Marzo 2018 - Pensieri in movimento -- Maurizio Forzoni

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Dott. Maurizio Forzoni

Pedagogista
Educatore professionale socio-pedagogico
Formatore
Difensore del soggetto e del consumatore
Formatore della didattica innovativa

Mi occupo, dall'anno 2003,  di:
difesa del consumatore e del soggetto,
ristrutturazione dei debiti,
salvataggio aziendale e familiiare,
mediazione familiare,
relazioni di aiuto,
orientamento esistenziale e didattico,
formazione soggettiva e d'impresa.

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Dott. Maurizio Forzoni

RACCOLTA PENSIERI MARZO 2018

Per fare passi avanti, nella propria ri-formazione o ri-orientamento, è sempre necessario passare attraverso le proprie costruzioni immaginarie, sino a poter lavorare con il reale. Freud è stato il primo a comprendere che, nella vita di ciascuno, è un fattore determinante il proprio accaduto, specialmente quello dei primissimi anni di vita, quando le difese del soggetto sono più fragili e questi è più esposto agli inganni e agli abusi (soprattutto quelli educativi). E' sempre necessario riconoscere quanto il reale dell'altro possa incidere molto significativamente sulle scelte, gli errori, i fallimenti, le sofferenze di molti soggetti adulti. Si vede molto spesso quanto non sia così facile uscire da quel destino, quella gabbia che altri hanno costruito, ove il soggetto stenta a riconoscere che -- ri-pensandoci -- può metterci le mani, onde modificare la propria "sorte". La coazione a ripetere, spesso è proprio qui: il soggetto rimette in piedi lo stesso scenario che conosce (o gli è stato inculcato) e a cui è abituato, senza più riuscire a pensarsi capace di ri-progettare la propria esistenza (c'è anche una sorta di godimento mortifero in tutto questo). Le più accanite teorizzazioni, oggi molto diffuse, non sono altro che resistenze mascherate. Occorre pratica, saper mettere le mani in pasta: ossia quello che, in termini economici, si chiama fare affari (amorosi).

Il confine tra una forma di religione e il pensiero ossessivo è sempre molto labile. Lo si nota soprattutto nei rituali ripetuti, e amplificati appunto in maniera ossessiva dai mass media, di queste feste comandate.

La regola fondamentale della psicoanalisi, "dire tutto ciò che passa per la testa", è in realtà quello che i bambini mettono in atto, senza che nessuno glielo abbia insegnato. Essi dicono naturalmente tutto ciò che passa loro per la testa, prima che gli adulti, già in piena rimozione, dicano loro che non si fa, che non sta bene. L'invito di Freud è un ripartire da lì, da questo primo principio.

Il passato di ciascuno ha peso nelle proprie scelte, anche ideologiche e di pensiero. Non è possibile correggere i propri errori del presente, e non ripetere quelli del passato, senza comprendere la propria storia. Così come non si può pensare che il passato sia un qualcosa di avvenuto, di accaduto, senza ripercussioni nel presente. Ciò che è stato, gli eventi che hanno caratterizzato la propria vita, gli errori di pensiero e certi bagagli, se non se ne parla, hanno un peso negli atti presenti. E' un lavoro di (ri)formazione che ognuno può fare. Ci vuole molto desiderio per intraprendere un percorso atto a smuoversi da certe situazioni di incaglio, di difficoltà, di impasse nella propria vita sociale e professionale, che non sempre il soggetto è disposto a fare. Perché è difficile cambiare, e ci vuole molto lavoro e anche il proprio tempo. Proprio ieri, con un soggetto in formazione, parlavo che il passato può essere un peso che ci limita, condiziona o segna, ma anche un patrimonio del quale fare tesoro, e da cui ripartire e rinnovarsi.

Molto spesso la società nella quale si vive diviene un baluardo che si vorrebbe esente da critica e imputazione. E allora ci sono caratteristiche e patologie di una certa comunità civile, conformismi e adeguamenti a norme tacite o espresse di comportamento che non si vuole mettere in discussione e, chi ha il coraggio di denunciare pubblicamente, è sovente tacitato. Freud nel suo " Il disagio nella civiltà" ci ha provato. È importante indagare i malesseri diffusi in un certo tipo di società civile, perché ogni singolo ci fa, bene o male, i conti: anche coloro che vi si adeguano acriticamente.

La morte non è il nostro fine ultimo. Non aspiriamo alla morte, ma alla vita. Poi capiterà che, sempre uno ad uno, ce ne andremo. Purtroppo nella nostra cultura ci è stata inculcata l'idea de "La Morte", e allora l'uomo si è ammalato.

Il transfert, in quanto innamoramento, è sempre resistenza. Lo psicoanalista ha il compito di riconoscerlo e quello di sostenere l'analizzante a fare altrettanto. Il transfert (o traslazione) è utile per interpretare le proiezioni immaginare nella quali è caduto il soggetto e che spesso lo tormentano, ma non può essere il punto di arrivo e il fine di un'analisi. E'necessario che, in un'analisi, un transfert in quanto innamoramento, divenga un transfert in quanto amore, lavoro, relazione. Altrimenti in un'analisi (così come fuori dalla seduta) il soggetto non farà altro che continuare a riprodurre all'infinito quella ricerca oggettuale che costituisce il proprio sintomo.

La nostra è una società sessista. E il sessismo è uno tra gli inganni sociali che, da sempre, ha creato divisioni, conflitti, obiezioni alle relazioni, mortificazioni, guai e patologie psichiche. Non è che oggi la situazione sia molto diversa rispetto ai tempi di Freud ove imperversava il maschilismo. Oggi il sessismo non è sventolato come bandiera solo dagli uomini, ma, paradossalmente, anche dalle donne. E'evidente che tra uomo e donna ci siano delle differenze, anche anatomiche e fisiologiche, ma questo non significa che sia corretto fare di questo riconoscimento un'arma di divisione di massa. Occupiamoci di soggetti, perché ce ne sono di marci, malvagi e perversi, sia nati maschi che nate femmine. Così come ci sono persone con cui è bello lavorare e incontrarsi, sia tra coloro che sono nati maschi che femmine. E' il soggetto che fa la differenza, non il sesso di "appartenenza". L'ho messo tra virgolette, Perché nemmeno di appartenere all'uno o all'altro sesso completamente e in tutto e per tutto, io sarei così sicuro.

Tra i sessi può esserci rapporto e relazione, eccome. Con reciproco beneficio. E' evidente che nella perversione, ad esempio, questo non è possibile, perché per l'uomo la donna è sostituita dall'oggetto feticcio: corpo o mutande che siano. Nella perversione femminile, invece, vi è la ricerca spasmodica del fallo (che si può chiamare anche il segno), il tentativo di modellare l'uomo a propria immagine e somiglianza. Nella nevrosi, invece, è il desiderio sempre insoddisfatto e inappagato che fa da padrone, e impedisce il pensarsi capaci di rapporti a soddisfazione. Molto evidente nell'isteria, ma anche nella fobia. L'oggetto fobico è infatti l'oggetto di un perverso mancato. Per questo l'aforisma di Lacan "non esiste rapporto sessuale" è un pensiero attinente alla psicopatologia, e non alla costituzione sana del bambino/soggetto

In caso di disorientamento, il soggetto ha facoltà di ri-orientare il proprio percorso di vita, scolastico, lavorativo, professionale ed esistenziale. E' un lavoro possibile che ciascuno può fare assieme ad un socio in affari (partner orientatore). Non si tratta di delegare ad un professionista, ma quello di lavorare, trovare (e rinnovare) assieme ad un altro il proprio percorso. Nessun cambiamento è possibile se il soggetto non si fa parte attiva. Ritrovare la bussola del proprio lavorare con profitto è sempre possibile.

Agli isterici non è stato mai perdonato l'aver messo sotto scacco e giudizio la "scienza medica". Nemmeno oggi. E infatti l'isteria è stata cancellata dai Manuali diagnostici delle corporazioni psichiatriche.

L'altro/a della relazione non manca di niente. Poi è chiaro che è diverso/a da me, in quanto reale, ovvero fatto di pensiero e corpo. L'altro è pensato mancante nelle idealizzazioni, così diffuse nelle patologie amorose, come gli "innamoramenti", le ossessioni, le gelosie morbose, i deliri (quali le erotomanie).

La vita divisa in tappe evolutive è una costruzione sintomatica, patologica.Tappe come infanzia, adolescenza, maturità, terza età, vecchiaia. Oggi poi dopo l'Università del tempo libero, c'è chi ha istituito l'Università del tempo ritrovato. Come se, prima, il soggetto abbia perso tempo. Questo, da sempre offre la nostra civiltà: pre-giudizi, pre-concetti, ideologie, gabbie.

"Ciò che vorrei dimostrare è che se si insegna la libertà ad un bambino fin dall'inizio, forse diventerà un uomo veramente libero... ci metterò tutta la mia passione" -- Sabine Spielrein

Essere ordinati: Quando ero bambino, a quella che un tempo si chiamava la scuola elementare, la maestra ci faceva uscire in fila indiana, a due a due, tenendosi per la mano. Mi ricordo che, in quel momento, immaginavo che fossi in un film, e noi degli attori che ci muovevamo in un set. Rilavorandoci nel corso della mia analisi, mi sono reso conto che non mi andava giù l'essere ordinato, un oggetto nella massa, costretto ad andare in fila. E allora mi immaginavo un ruolo non mio. E non avevo mica torto. Ogni giorno si svolgeva la stessa "tiritera", ripetitiva, posti pre-costituiti. Nessuno spazio per muoversi in ordine sparso.

"Mater semper certa est, pater numquam [la madre è sempre certa, il padre mai]". Uscendo dal campo biologico o strutturale (che sono spesso delle gabbie), nemmeno la madre è certa, sicura. Ha necessità, proprio come il padre, di provare se è capace di relazione e di rapporti a profitto con i figli, con il partner e con gli altri. Una madre che si crede solo madre, non pensandosi più come partner e figlia, procurerà molti guai sia a sé stessa che ai propri figli: diviene un ideale, un monumento, un'armatura, un simulacro, un sintomo.

L'innamoramento è una sbandata, un perdere la testa, costruire e vedere l'altro esattamente come si vorrebbe che fosse, a propria immagine e somiglianza. L'altro innamorato o innamorata non vede, nemmeno quando la persona con cui sta è distruttiva, aggressiva, violenta, o mortificante. Per questo succede, nei casi estremi , che quando il soggetto riapre gli occhi, è oramai troppo tardi, è diventato dipendente da quella relazione immaginaria, anche se potenzialmente distruttiva o addirittura pericolosa. Si può passare dall'innamoramento all'amore? Senz'altro sì, quando il soggetto sa correre il rischio di vedere l'altro nella propria diversità, unicità, misurandone il beneficio dato e ottenuto, la rendita, se quell'incontro è ed è stato un affare. Non è essere materialisti, bensì pratici, dei buoni soci. Ancora oggi ci si perde davvero tanto, si confonde amore ed innamoramento, ma non sono assolutamente la medesima cosa. L'amore è conoscenza, lavoro, incontro, relazione, scambio, profitto, soddisfazione, piacere. L'innamoramento è una sorta di ubriacatura, una botta in testa, un'infatuazione, una condizione molto simile ad uno stato ipnotico.

Il lavoro è un piacere. E proprio perché è un piacere produce dei frutti, un beneficio, un vantaggio, rendita, profitto. Anche se svito una vite, lo faccio per ottenerne un beneficio, un'utilità. Quando diviene un dovere, un "guadagnarsi la vita col sudore della propria fronte (va detto, però, che anche sudare ha i suoi benefici, ad esempio quello di liberarci dalle tossine in eccesso), diviene una minaccia, un avviarsi verso l'insoddisfazione, se non proprio la depressione. Anche lo studio è un lavoro piacevole, anche se, purtroppo, molti educatori lo fanno diventare per i bambini e i ragazzi un incubo.

Il bambino non nasce autistico. Ma ci diventa. È una psicopatologia infantile precoce. Un rifiuto della relazione, con l'altro materno, ma non solo. Non a caso, infatti, il bambino autistico non parla la lingua madre, se non in modo ecolalico e stereotipato.

Tempo fa, in una trasmissione televisiva locale, ho sentito una psicologa dire che "entrare nella mente di una persona, è un lavoro molto delicato che solo un professionista può fare". E' davvero molto grave, una forma di presunzione, se non di violenza, il pensare che si possa entrare nella mente di un altro. Occorre prestare molta attenzione a questi manipolatori, perché siamo proprio nella perversione. Entrare nella mente di un altro: un pensiero di una violenza inaudita.


Traggo sempre i miei pensieri dalla vita reale, dalle analisi delle mie esperienze, e faccio tesoro anche delle esperienze e dei pensieri che eredito da altri amici e amiche del pensiero.

In certi fallimenti professionali o scolastici o anche di scelta di vita, ci può essere dietro un desiderio inconscio di punizione. E' importante che il soggetto ci lavori sopra, per poter ripartire e, soprattutto, non ricadere nelle medesime dinamiche fallimentari.

I media influenzano e cambiano gli atteggiamenti che il pubblico ha verso la realtà e il mondo sociale in cui vive, possono creare ansie, panico, paure, o al contrario distogliere dai problemi sociali.

La guerra dei mondi (War of The Worlds) fu un celebre sceneggiato radiofonico trasmesso il 30 ottobre nel 1938 negli Stati Uniti dalla CBS e interpretato da Orson Welles, tratto dall'omonimo romanzo di fantascienza di Herbert George Wells. E' rimasto famoso per avere scatenato il panico descrivendo una invasione aliena. Molti radioascoltatori -- malgrado gli avvisi trasmessi prima e dopo il programma -- non si accorsero che si trattava di una finzione, credendo che stesse veramente avvenendo uno sbarco di extraterrestri ostili nel territorio americano.

Affronterò la questione dei mass-media anche durante il mio prossimo intervento (dal titolo "Mass media e pensiero amoroso") al seminario del Laboratorio di Formazione Psicoanalitica di Torino, in programmazione per il giorno 02 Maggio 2018

"Mater semper certa est, pater numquam [la madre è sempre certa, il padre mai]". Uscendo dal campo biologico o strutturale (che sono spesso delle gabbie), nemmeno la madre è certa, sicura. Ha necessità, proprio come il padre, di provare se è capace di relazione e di rapporti a profitto con i figli, con il partner e con gli altri. Una madre che si crede solo madre, non pensandosi più come partner e figlia, procurerà molti guai sia a sé stessa che ai propri figli: diviene un ideale, un monumento, un'armatura, un simulacro, un sintomo.

Il bambino impara giocando. Il gioco è un lavoro, una ricerca di buone relazioni che portino vantaggio. Sin dalla scuola materna, troppo spesso, i bambini sono portati in una dimensione che non è la loro, quella di incontrare una miriade di regole e regolamenti che separano il gioco da una parte, l'imparare e il lavoro dall'altra. E allora capita che comincino i primi incagli e conflitti. Sino a che il bambino è in grado di denunciare, va tutto bene. I problemi cominciano quando non ci riesce più e si chiude nel silenzio (come il mutismo selettivo, che è già comunque una sanzione per l'abuso subito).

La negazione o sarebbe meglio dire sconfessione, è un atto della perversione. Di fatti. le confessioni -- in cui si evidenziano moltissime degenerazioni perverse e padronali --(s)confessano.

"Chi non ha testa, abbia gambe !!!". Un detto. Come tanti altri che sentivo molto da bambino. Si usava e si usa per ammonire chi viene giudicato sbadato. Io oggi dico che testa (pensiero) e gambe vanno sempre insieme. Non esiste il se pensiero, se corpo. Esiste pensiero e corpo che si muovono a meta. Poi esiste anche il pensiero inibito che inibisce e irrigidisce anche il corpo, la voce, le gambe e gli arti. Ma non si va da nessuna parte, pensando il pensiero e il corpo come due entità distinte. Questo è stato l'errore (e la patologia) di Cartesio che ancora oggi influisce nella nostra cultura.

Ecco quello che vuol dire essere amici ......... l'indifferenza, l'obiezione, la convenienza, l'ipocrisia... non è amicizia, e nemmeno parentela.... Non finisco mai di ringraziare Freud, per averlo incontrato nella mia vita, all'età di diciotto anni .....

"Avrò sempre il più vivo interesse
per la Sua vita
e per i Suoi progetti".

(S. Freud a Sabina Spielrein,
Karersee 20 agosto 1912)

E' bene che i genitori restino prima di tutto buoni partner e amanti, invece di frapporre tra loro un figlio o i figli, a volte come scudi (o falli) di relazioni in crisi o rapporti oramai inesistenti. Non sono mai d'accordo con i genitori che fanno dormire i propri figli nel proprio letto, a meno che non sia un caso eccezionale. Quando diventa la regola, l'abitudine, la prassi, è la coppia che avrebbe necessità di mettersi in discussione, e non i figli.

l principio di comando è la via maestra verso l'angoscia che, a sua volta, è il presupposto degli stati ansiosi.

Il lavoro è un piacere. E proprio perché è un piacere produce dei frutti, un beneficio, un vantaggio, rendita, profitto. Anche se svito una vite, lo faccio per ottenerne un beneficio, un'utilità. Quando diviene un dovere, un "guadagnarsi la vita col sudore della propria fronte (va detto, però, che anche sudare ha i suoi benefici, ad esempio quello di liberarci dalle tossine in eccesso), diviene una minaccia, un avviarsi verso l'insoddisfazione, se non proprio la depressione. Anche lo studio è un lavoro piacevole, anche se, purtroppo, molti educatori lo fanno diventare per i bambini e i ragazzi un incubo.

Tempo fa, in una trasmissione televisiva locale, ho sentito una psicologa dire che "entrare nella mente di una persona, è un lavoro molto delicato che solo un professionista può fare". E' davvero molto grave, una forma di presunzione, se non di violenza, il pensare che si possa entrare nella mente di un altro. Occorre prestare molta attenzione a questi manipolatori, perché siamo proprio nella perversione. Entrare nella mente di un altro: un pensiero di una violenza inaudita.

Traggo sempre i miei pensieri dalla vita reale, dalle analisi delle mie esperienze, e faccio tesoro anche delle esperienze e dei pensieri che eredito da altri amici e amiche del pensiero.

In certi fallimenti professionali o scolastici o anche di scelta di vita, ci può essere dietro un desiderio inconscio di punizione. E' importante che il soggetto ci lavori sopra, per poter ripartire e, soprattutto, non ricadere nelle medesime dinamiche fallimentari.

Questo è il link del mio sito, rinnovato e aggiornato. Mi occupo da molti anni di difesa del consumatore e del soggetto. Di poi mi occupo di formazione professionale e didattica, nonché di orientamento esistenziale. Sono un educatore socio-pedagogico (non ortodosso e canonico, ovviamente, ma laico), un orientatore esistenziale e didattico, un formatore della didattica innovativa. Ma non considero esaustive e non mi identifico in tali qualifiche, né amo sventolarle come delle bandiere. La mia prima formazione è psicoanalitica, ed è consistita nell'analisi personale (condotta per la verità con poca soddisfazione, presso analista lacaniana in Firenze . Poca soddisfazione perché non era in realtà una psicoanalista, ma una psicoterapeuta e questo mi ha portato ad interrompere, dopo essermene accorto); ho proseguito e concluso la mia analisi personale e formativa presso psicoanalista della scuola freudiana di psicoanalisi, con sede a Firenze , fondata dal Prof. Lorenzo Zino; ho partecipato ad eventi, seminari, incontri (anche a mia cura) con Jonas Onlus,centro di Arezzo, associazione fondata e diretta dal Dott. Recalcati; Dall'anno 2010 sono divenuto uno dei soci costituenti del Laboratorio di Formazione e Lettura psicoanalitica di Torino, ove partecipo attivamente ai lavori del seminario del Mercoledì e intraprendo iniziative e incontri anche a mia cura; I miei studi universitari e di alta formazione sono in scienze umanistiche. La mia formazione è anche in campo matematico, tecnico, sociologico, e in vari campi di interessi. Considero la mia formazione particolare e soggettiva, come ogni atto formativo avrebbe necessità di essere. Mi considero un artigiano della conoscenza, del sapere e della ricerca. Mi occupo di formazione anche qua su facebook, e, ricco della mia formazione psicoanalitica e filosofica ad orientamento socratico (considero Socrate, assieme a Freud, Lacan, Contri, alcuni dei miei padri con cui ho nutrito il mio pensiero), non ho mai preteso di insegnare niente a nessuno, ma di aiutare l'altro a cercare le proprie verità, il proprio sapere, il proprio percorso formativo, la giustizia (il proprio diritto, primo e secondo), anche nelle sedi giuridiche competenti, allorquando fosse necessario. Mi considero, prima di tutto, cittadino della prima cittadinanza, norma soggettiva, e poi anche della seconda, nelle questioni in cui quest'ultima non è oppositiva o indifferente al mio primo diritto positivo. Considero questo scritto un testamento a babbo vivo. Chi gradisce, può ereditare e farne l'uso che più desidera.



In tanti parlano di psicoanalisi, altrettanti la tirano per la camicia per portarla dalla parte delle proprie teorie, ma in pochissimi oggi la praticano davvero. Ci vuole coraggio per essere psicanalisti, oggi ancor di più che ai tempi di Freud.



La psicoanalisi l'ha fondata e scoperta Sigmund Freud (e credo che almeno su questo non ci sia da ribattere). Per Sua volontà la formazione dello psicoanalista deve essere così articolata: 1) Analisi personale portata a termine; 2) Supervisioni presso analisti più esperti; 3) Confronto assieme a colleghi su casi clinici; 4) Frequentazione e partecipazione a seminari e incontri psicoanalitici; 5) Formazione continua per tutto l'arco della vita, non escludendo la coltivazione di interessi nei più svariati campi. Per quanto attiene gli studi universitari, Freud riteneva che la laurea in medicina fosse troppo tortuosa e rischiava di dare al futuro analista una forma mentis che lo allontanava dalla pratica psicoanalitica. Per questo suggeriva agli aspiranti psicoanalisti gli studi umanistici. Questa è l'eredità del padre della psicoanalisi. Tutto quello che si vede in giro, scuole di psicoterapia, psicoterapia-psicoanalitica, ecc, sono qualcos'altro, certamente percorsi accademici dignitosi, ma non c'entrano niente con la psicoanalisi. La psicoanalisi è una pratica altra.




Ricollegandomi al mio post precedente (chi lo desidera può leggerlo), c'è da chiedersi perché, in ogni civiltà succedutasi nel corso del tempo, i bambini siano da sempre oggetto dei più variegati e spesso perversi programmi educativi. Semplicemente perché i bambini all'adulto spesso fanno paura, perché sanno andare a meta, dicono quello che passa loro per la testa, senza censure o inibizioni, sanno come lavorare con gioia e piacere, prendono molto seriamente il gioco, sanno sognare, credono in quello che fanno e -- qui sta la loro ingenuità -- danno fiducia anche ad adulti che non la meritano, sino a volte ad ammalarsi pur di proteggerli. Per questo fanno paura: non sanno cosa sia l'ipocrisia. Sono d'accordo con Gesù il quale diceva che stare bene è tornare come bambini ("Se non tornerete come bambini, non entrerete mai"). Il bambino non è mai infantile. L'infantilismo è già un disturbo dell'adulto.


Gli ambienti ove il soggetto nasce e vive, e il tipo di educazione ricevuta (e subita) influenzano e spesso determinano i percorsi formativi, professionali, di vita, gli errori e i disorientamenti ove il soggetto cade e può cadere. Lo si vede molto spesso nei bambini ma anche negli adulti. Sono gli effetti dei condizionamenti anche culturali e sociali. Allo stesso modo le ideologie e la cultura del paese o delle città nelle quali si nasce e vive spesso determinano le posizioni o la mancanza di posizione autonoma del soggetto. Nel senso che pur di essere accettato, l'individuo si conforma al pensiero e al modo di rappresentazione della massa di provenienza, sacrificando la propria capacità di giudizio e scelta personale. Allo stesso modo le masse, tenderanno sempre a censurare o isolare o sacrificare coloro che hanno ancora capacità di pensiero autonomo e alter-nativo, arrivando, in taluni casi, a considerarli dei nemici della civiltà. Lo si vede molto spesso. Questo è quanto rilevava già Freud nel suo "il disagio (malessere, insoddisfazione) nella civiltà, nella cultura", erroneamente tradotto in italiano come "Il disagio della civiltà"


Le cittadinanze sono due. La prima, quella che poi regge anche la seconda, è sempre costitutiva del primo diritto soggettivo. Non esiste la seconda cittadinanza, quella del diritto statuale, senza la prima. Da sempre però i cultori dell'esclusività del secondo diritto, della burocrazia anonima e alienante, dei totalitarismi ove tutto è ricondotto al diritto statuale (ne sa qualcosa la patologia del querulomane ), temono e si oppongono a chi riconosce prima di tutto il proprio primo diritto, la prima cittadinanza. Le isteriche, con cui è nata la psicoanalisi e con le quali Freud iniziò il suo lavoro, venivano a denunciare il non .riconoscimento e il sacrificio del proprio primo diritto che le escludeva dalla società civile e le voleva relegate a dei ruoli marginali, prefissati, sacrificali, non-desideranti. Non erano sintomatologie contro la civiltà, ma denunce pro-civitate.


La psicoanalisi non è un'attività sanitaria. Non si tratta, come nella medicina, di ristabilire la condizione di salute originaria. Se ad uno fa male il cuore, soffre di angina, allora occorre la cura adatta affinché questo malessere organico si risolva. Anche se occorrerebbe sempre chiedersi -- e i medici non lo fanno -- come uno sia arrivato a soffrire di angina pectoris, ossia qual è la sua storia di sofferenza e patimento. La psicoanalisi è basata, invece, sulla parola, ossia aiuta, chi lo desideri, a mettere in luce i propri desideri inconsci-rimossi, e non solo quelli rimossi. Troppo spesso, (e oggi più che mai), la psicoanalisi è divenuta una nuova confessione, ove ci sono i lacaniani, i freudiani, gli junghiani, i milleriani, e qualche altra entità profetizzata... La psicoanalisi è, invece, aperta, e non può essere limitata ad una sola corrente di pensiero (che proprio in quanto eretta a corrente non può che essere in fallo). In Freud, come in Lacan, in Jung, in Miller, o anche in altri, io ho trovato spunti di riflessione. Se così non fosse, cadremmo anche noi nel sintomo/resistenza contemporaneo che aspira alla sparizione della psicoanalisi, rilegandola e imbrigliandola dentro una confessione, al pari del cristianesimo, del cattolicesimo, del protestantesimo... e così via. Se Gesù avesse saputo che il suo pensiero avrebbe finito per divenire una confessione, probabilmente si sarebbe comportato come Lacan: sciogliendo la scuola di pensiero che aveva creato. La psicoanalisi è aperta all'altro, alla diversità, allo straniero, si fonda sull'altro, ricerca e si nutre della parola dell'altro, della relazione con l'altro, senza pre-giudizi.... Per questo non può essere chiusa, settaria, esclusiva, fondata sulla ricerca del Verbo Unico, della verità unica, del sapere universale (anche se il sapere dell'uno si iscrive nell'universale, ma, proprio per questo, non può avvenire -- o pretendersi che avvenga -- in maniera categorica, imperativa, statuale). Mi fanno un po' pensare coloro che tirano fuori la propria patente: io sono lacaniano e appartengo alla scuola tal dei tali. Questo serve allo psicoanalista per indicare la propria appartenenza, ad una categoria se vogliamo sociale, formale (e questo può anche andare bene , se letto in una certa ottica), ma non è questo che farà -- di lui o di lei -- psicoanalista. Ciò che lo/la renderà tale è il percorso di desiderio che lo/la avrà portato ad autorizzarsi tale. E non ci son santi che tengano. In questo vale di insegnamento la nota frase di Lacan-- che molti suoi allievi non hanno capito o forse hanno rinnegato --- "Non c'è Altro dell'Altro". Non sono io a lamentarmi, ma era lo stesso Lacan a farlo, per il fatto che nessuno dei suoi allievi sapesse leggerlo. (Grazie Loris Spagnoli per aver riportato alla luce questo mio pensiero, ancora oggi molto attuale).


“Ora, la psicoanalisi, per definizione,
non è una terapia, non è una psicoterapia.”
J.-F. Mattéi, Ministro della Sanità francese


Nell'attacco di panico è in gioco l'angoscia del soggetto. Un'angoscia alla quale il soggetto non riesce a dare un nome, un posto, una domanda. Il soggetto vuole scappare, ma non ce la fa. Da cosa e a cosa vuole sfuggire il soggetto? Cosa non vuole riconoscere o riconoscersi?


Esiste anche nel nostro ordinamento giuridico la facoltà di accettare l'eredità con beneficio d'inventario. Uno strumento che è a volte poco utilizzato e diffuso (anzi, spesso osteggiato e rimosso dalla nostra cultura. Come se non fosse possibile per un figlio giudicare il lavoro di un padre o di una madre). Ritengo invece che sia uno strumento di valutazione soggettiva, uno strumento giuridico che va in tale direzione. Non si eredita mai a scatola chiusa. Ma il soggetto ha facoltà di giudizio, ovvero può giudicare il lavoro del padre/madre come partner, ovvero se ha prodotto frutti oppure no, e anche la facoltà di dividere ciò che è profittevole da ciò che non lo è, ciò che è utile da ciò che non lo è. Padre e partner è colui o colei con cui abbiamo fatto buoni affari, anche amorosi.

La psicoanalisi non è una teoria, e nemmeno una tecnica. E' semmai una pratica. Un pensiero in atto. E' sempre stata, sin dalla sua nascita, terreno di conquista e di bonifica da parte di medici, scienziati ed oggi psicologi, psicoterapeuti, e così via. Riconosco in Giacomo Contri (al cui lavoro mi ispiro ), il merito di avere ridato dignità al pensiero filosofico e pratico di Freud. E' importante aver detto che la psicoanalisi è, prima di tutto, una pratica di pensiero.

Il concetto di bene, nella nostra civiltà, non ha mai preso la strada giusta. Rimane spesso concetto, ideale, "sommo bene", "bene presupposto", e così via. Voler bene è, invece, un trattar bene l'altro/a, un modo attraverso cui si arricchisce e ci si arricchisce. In una relazione, fare ogni tanto dei conti per vedere se assieme ci si è arricchiti con beneficio reciproco, è un ottimo bilancio di esercizio. Si. Proprio come le società che fanno periodicamente il bilancio dell'attivo e del passivo, dei costi e benefici. Come le Spa del benessere.

Spesso l'uomo si perde nella ricerca di Dio, o dell'altro della garanzia, o ancora nella ricerca ( a volte melanconica) del padre. In realtà si può essere ed incontrare padri/figli solo nel beneficio. E' la prova dell'eredità: arrivare a riconoscere che non esiste altro padre che nella propria norma di moto a soddisfazione e a beneficio. Il padre del sacrificio o del divieto è già un padre nella crisi. Conosco psicoanalisti che si perdono e fanno perdere l'orientamento dei soggetti che a loro si rivolgono su tale questione fondamentale. Potremmo dire a costoro: imparate ad ascoltare i nevrotici, per comprendere. Perché essi sanno cosa è il principio di piacere, anche se l'hanno sublimato nelle rivendicazioni sintomatiche.


Nei casi di separazione, o di disagio familiare, è sempre necessario analizzare le storie singole, verificando che i figli (o il partner più fragile, uomo o donna che sia) non diventino motivo di ricatto o di rivalsa o di scambio o di ripicca, nelle controversie o nelle conflittualità. E' un aspetto che è spesso dimenticato e sottovalutato. E' importante la difesa dei soggetti più fragili, senza pregiudizi, dopo avere ascoltato tutte le parti interessate . www.maurizioforzoni.it


Se, per ipotesi, togliessimo dal mercato tutte le canzoni che parlano di amore, probabilmente sparirebbero il 90% di quelle sul mercato e in onda. Se poi dividessimo tra quelle che parlano di amore e quelle che parlano di innamoramento, quel 90% di canzoni che verrebbero tolte dal mercato, non cambierebbe affatto. Ovvero quelle stesse canzoni parlano di amore come innamoramento, non sapendo nemmeno che sono in realtà due modi di porsi all'opposto.

Cedere agli imperativi non è mai un bene. Riconoscerli è un lavoro di orientamento che ciascuno può fare. Sono molti gli imperativi circolanti a cui il soggetto è sottoposto sin da bambino/a. Oggi gli imperativi religiosi e morali sono stati sostituiti da quelli pedagogici, scientifici e politici del "penso io al Tuo bene !!!". Gli imperativi circolano nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi istituzionali, negli ospedali, e nelle accademie, nei centri sportivi. Tutto si fa purché il soggetto finisca per non desiderare più. Ci sono infatti in giro moltissimi individui e pochissimi soggetti. E non crediate che le velleità imperative siano soltanto degli uomini, vedo molte donne oggi imperative, falliche (anche tra le giovanissime).


L'insoddisfazione è un sintomo, anche quella femminile (e non è una caratteristica naturale della donna, quella di essere sempre insoddisfatta, come la cultura vorrebbe far credere). Se non si è soddisfatti, è sempre possibile cercare e trovare fonti soddisfacenti. Pensarsi come non in grado o degni di soddisfarsi o è un sintomo nevrotico o, addirittura, una forma di perversione. Stare bene è essere soddisfatti e appagati di quello che si ha e incontra nel proprio cammino. E' una vera ricchezza contro la povertà dell'insoddisfazione.


I Grandi "detentori del potere" sono quelli che non vedono e non capiscono il pensiero del bambino.
Ai Grandi interessano semmai i bambini addestrati, che possano rispondere subito all'imperativo: ("Saluta subito! Sta zitto subito! Spegni la tele subito! A letto subito!). A voi la continuazione della lista in ambiti scolastici, sportivi.....
La tentazione al comando l'abbiamo tutti: immaginate ad esempio la stanza dei giochi dei nostri figli in ordine in poco tempo? O i compiti svolti subito, per poi "toglierci il problema?"
Un bambino, finché sano, intuisce il comando che un Grande vuole esercitare su di lui servendosi del "ruolo" che occupa: la rabbia o la tristezza sono generalmente i modi in cui il bambino manifesta il disagio.
Di questi tempi, persino psicoanalisti quotati parlano dell'importanza del "ruolo" e della "figura" del padre: mi vien da ridere ora ed ogni volta che sento o leggo queste cose...
Padre è stato quel bambino che due giorni fa, manifestandomi un disagio, ha fatto capire a me, che sono grande, che un Grande non andava per lui. (a cura di Irene Palazzo)

"L'ingenuità infantile è la disponibilità a credere nel dogma dell'amore naturale dell'Altro, fino a una vita impostata, anche da adulto, sul timore della perdita dell'amore" -- Giacomo Contri


Io parlo in quanto essere in formazione.


Nella nevrosi il soggetto tende ad assumersi la responsabilità, o di più le colpe, degli errori e dei fallimenti dell'altro parentale con cui è entrato in relazione e poi in conflitto. Molto spesso non si riesce a vedere (e questo avviene anche in certe teorie psicoanalitiche) che i complessi familiari sono già costitutivi di una crisi della relazione, del rapporto e della propria norma soggettiva. Nelle perversioni, invece, il soggetto diviene un alleato e un fido scudiero dell'offensore: è un militante, all'ultimo sangue, se occorre.

L'essere è un lavoro. Non esiste un essere in natura, fermo e immobile, o auto-contemplativo (come nella patologia narcisistica). "Io sono fatto/fatta così !! Prendere o lasciare !!!". Si può essere fatti anche molto male, ma ci si può anche ri-fare, se uno lo desidera, lavorando, creando e progettando, attraverso e mediante relazioni fruttifere.


Io alla parola professionista, sostituisco quella di competente. Ottenere anche dei titoli o dei riconoscimenti statali per effetto dei propri studi o formazioni formali, non sostituisce la propria competenza. Lo stato invece vorrebbe tutti professionisti abilitati, omologati e ben incasellati in una determinata funzione. La competenza, il saperci fare, è sempre un atto che va al di là del titolo, o della qualifica, o della specializzazione, ed è di ciascuno. E' un lavoro, uno scambio, la cui riuscita, il buon esito, si misura dalla soddisfazione, dal vantaggio, dal plusvalore che quest'operare assieme ha prodotto. Il professionismo è una maschera, una barriera, un ostacolo al riconoscimento che solo un lavoro può essere produttore di frutti.


Ritengo che oggi gli psicoanalisti siano pochi. Pochissimi. Lo rilevava anche Lacan, a suo tempo. Ma da allora le cose sono peggiorate ancora. La rincorsa ai protocolli, agli albi, alla formazione psicoterapeutica e universitaria, così come è pensata ed organizzata oggi, è un ostacolo, una resistenza alla formazione dello psicoanalista. La formazione dello psicoanalista non può che essere formazione di prima istanza. Un percorso tortuoso, statale, per tutti uguali, con lauree obbligatorie in medicina e psicologia, richiedere analisi solo per (pensare) di diventare uno psicoanalista (mentre in realtà il candidato diviene solo uno psicoterapeuta --- forse), non può che provocare la reale sparizione della psicoanalisi dalle possibilità di scelta. Come realmente sta avvenendo. Occorre tenere conto anche della realtà. E la realtà oggi non è ben disposta verso la psicoanalisi.


La coazione a ripetere è quel meccanismo psichico, studiato e analizzato da Freud nel suo saggio "Al di là del principio di piacere", in cui il soggetto tende a ripetere sempre gli stessi scenari che finiscono sempre -- più o meno -- allo stesso modo. I fallimenti ripetuti, impelagarsi in storie "amorose" che finiscono sempre male, creare e poi distruggere, e così via. E' una situazione ove si svelano le tendenze sado-masochistiche, e intimamente distruttive del soggetto.


"Chi mi ama, tratta bene il mio pensiero"
"Chi mi tratta scientificamente, mi perde" .... e io aggiungo anche che "chi mi impone, e non dispone e pro-pone, mi perde" !!!

In realtà sono molti gli inganni e le menzogne che ci dicono da bambini. Quella su babbo Natale e sulla Befana poi, chissà perché, ci viene confessata, Mentre ce ne sono moltissime altre nelle quali l'adulto non smette mai di credere, con una sorta di ostinazione, sino all'ultimo, se occorre.

Se ciascuno seguisse il primo diritto (quello soggettivo, quello del bambino, per intenderci), stipulando e onorando buoni contratti, buone relazioni, buoni affari, a beneficio reciproco, non ci sarebbe bisogno di avvocati, tribunali, e operatori di giustizia, con tutte le magagne di cui poi è portatore il nostro sistema giudiziario. Ma sappiamo purtroppo che non è così semplice, che di beneficio ce ne è sempre molto meno, e allora i nostri tribunali saranno sempre intasati. L'appello costante che si fa oggi al giudice del diritto, il quale entra e disciplina addirittura all'interno delle relazioni familiari e parentali, è proprio il sintomo della crisi contemporanea del primo diritto, della norma di beneficio, giudizio e imputazione soggettiva.

L'appello ad un giudice terzo è sempre la constatazione di un fallimento della propria norma soggettiva e, in molti casi, il primo tradimento, la prima ingiustizia subita è realmente avvenuta all'interno del nucleo familiare. Per questo si delega ad un terzo di compiere quell'atto di giustizia che il soggetto non è riuscito a compiere in maniera autonoma. Anche nel momento in cui si è costretti ad andare in giudizio, la prima imputazione, il primo giudizio, anche mancato, è sempre soggettivo. Il querulomane, ad esempio, delega tutto al giudice, alla polizia, all'autorità, agli avvocati. Non ce la fa proprio a pensarsi imputabile.

L'educazione, anche negli ambienti scolastici, non è la soluzione dei problemi, ma è sovente la causa dei problemi, il problema. Analizzando la storia delle istituzioni scolastiche, o i contesti familiari, possiamo constatare come, da sempre, l'educazione non abbia imboccato la strada giusta. Dagli autoritarismi, dalle bacchettate nelle mani dei maestri di una volta, dalle educazioni religiose intrise di ideologie, peccato e sensi di colpa, dalle cinghiate dei padri padroni, dagli eccessi materni oggi molto diffusi, dalle urla nelle orecchie, dalla scuola intrisa di regole e divieti, si può rilevare come le velleità educative abbiano procurato molti disagi, conflitti e complessi psichici, e perdita dei propri principi e mete di cui ciascun bambino è portatore sano. Ma davvero si pensa che i bambini abbiano bisogno di essere educati? O è invece un bisogno dell'adulto? L'educazione impartita o ricevuta, in un lavoro di formazione, va piuttosto messa in discussione, riletta, analizzata, compresa.

"Una parte di vero dietro tutto questo c'è, anche se sovente non viene riconosciuta, ed è che l'uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d'amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo. Homo homini lupus: chi ha coraggio di contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?". Sigmund Freud.






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