L'oro colato - Pensieri in movimento -- Maurizio Forzoni

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Pre-azione: I compiti Impossibili - L'oro colato di Maurizio Forzoni
Circolo Psicanalitico > Seminario Psicanalisi 2010-2011 > Scritti

Il tiolo assegnatomi dal seminario, I compiti Impossibili, il meno che possa dire è che mi riguarda molto da vicino. E' evidente che Flavia Giacometti che lo ha estrapolato, assieme all'altro "l'oro colato", dai miei scritti, ha colto nel segno i miei attuali interessi ed intendimenti. Per questo li ho accettati di buon grado e non ho offerto le mie solite lamentele o opposizioni. Spero che, guardando un pò in là, questi interessi possano fare segno e qualcun altro gradisca leggere o ascoltare ciò che tenterò di dire con il mio intervento al seminario del Laboratorio di Lettura e Formazione Psicoanalitica, "parla come mangi con...", di Mercoledì 17 Novembre 2010, alle ore 21:00 anche su skype.

Freud affronta la questione dei compiti impossibili nel suo scritto "Analisi terminabile e interminabile", contenuto nelle Opere pubblicate da Boringhieri, Volume 11. Questo importante saggio, datato 1937 e il cui titolo originale è Die endliche und die unendliche Analyse, fu pubblicato nella "Internationale Zeitschrift fur Psichoanalyse". Freud ne aveva già svolti di compiti dall'anno 1886, prima di giungere a questo saggio. Questo scritto può inserirsi, a mio avviso , a questo punto del percorso analitico di Freud, tra quelli in cui è rovesciata la posizione analitica, la sua stessa posizione. Rappresenta una sorta di bilancio senza bilanciamento, ossia, utilizzando un termine mutuato dalla contabilità ordinaria, "senza quadratura dei conti". Non è questione di poco conto, appunto.

Per strade diverse, singolarmente diversificate, l'altro analista, l'altro Nome-del-Padre della Psicoanalisi, Jacques Lacan, già 70enne e anch'egli con tanti di quei compiti alle spalle, affronta tale questione nei Seminari del 1969-1970, "Il rovescio della psicoanalisi", e del 1971, "Di un discorso che non sarebbe del sembiante". E' come se, in questi due seminari, Lacan abbia voluto mostrarci l'altra faccia, l'altro lato della medaglia, la messa in giuoco della posta, l'osso di un'analisi (e di una vita). Vi invito a leggere o rileggere, se ne avete tempo e desiderio, la postfazione di Jacques Alain Miller che potete trovare ne "Il Seminario Libro XVII - Il rovescio della Psicoanalisi" -, Jacques Lacan, edito da Einaudi. Essa risulta, a mio avviso, chiarificatrice in tal senso.

Viene da chiedersi, e dopo? Ossia dopo di loro? Non sono solo domande provocatorie, (un pò si, ma non del tutto).

Il sociale sta investendo molte risorse nei compiti impossibili, pur di lasciare chiuse le domande e le questioni. Chiamatelo pure buon governo (?), se ci va, basterebbe però intenderci su "buono per chi?". Buona educazione? Buona per chi? Burocrazia efficiente? Programmi accademici? Programmi terapeutici? Pedagogie? Lo faccio per il tuo bene? Ma quale bene?

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Il punto interrogativo rappresenta la differenza (il differente) ed è quello che, a mio avviso, si fa ancora poco nell'era contemporanea. Di poi, nella ricerca degli ancoraggi, ossia degli aggi dell'àncora o dell'ancora, i discorsi s'incagliano o si ripetono in maniera artificiale e artificiosa. Ritornelli incalzanti.

"L'oro colato", nei malesseri del buon governo e della buona educazione, funge da tampone tra i tamponi. Da qui, forse potremo, in questo mio intervento, procedere in questo nostro ulteriore incontro.

L'"oro colato", è un titolo in cui ritrovo parti del mio romanzo, la mia "saga": mio Padre è stato un commerciante e imprenditore orafo. Ma questo che c'entra? Mi sembra di sentire un'obiezione (è quello che desidererei, l'obiezione...). C'entra tantissimo.

Buon Lavoro e Buona economia....

Maurizio Forzoni

Seminario 17 Novembre 2010 - I compiti Impossibili - L'oro colato a cura di Maurizio Forzoni
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RUBRICA "APPUNTI DA VIAGGIO" a cura di Giancarlo Gramaglia

Giancarlo Gramaglia: Roberto ed io è già un bell'inizio. Questa sera i miei appunti sono un po' così. Tra un po' di giorni, forse, vi giungerà "La moglie del tiranno". Sono così, i miei appunti, perché arriverò a dirlo con Freud in "Analisi terminabile e interminabile". Nel senso che io, nella mia storia, a otto anni, ho avuto, da quando ne avevo cinque o sei, un'amica di nome Vanna. Costei era amica nel pensiero. Un giorno, poi, non l'ho più ritrovata. Io, a lei, dicevo tutto. Con lei avevo fatto delle scoperte bellissime, delle invenzioni. Avevo superato quei limiti che quella cultura "mi e ci" imponeva. Lei era Vanna. Punto! Questo è un mio ricordo d'infanzia. Molti anni dopo, poi, ho fatto una tesi sul "VUOTO", perché è stato proprio struggente il fatto che, di colpo, Vanna non ci fosse più. La mia analisi, di poi, ha recuperato questa questione. Freud - e meno male che ho amico Freud - scrive "Analisi Terminabile e Interminabile". Questo essere interminabile è proprio un patrimonio solo di chi ha fatto l'analisi terminabile, vale a dire di quella possibilità senza la quale, altrimenti, ti uccideresti. Non posso, ovviamente, parlare al plurale, bensì solo al singolare. "Sennò mi ucciderei" è il bagaglio che mi porto dietro e che mi è sempre utile. E', appunto, quella possibilità. E' come la cassetta delle chiavi del meccanico, il quale, comunque, sa smontare e conosce il numero della chiave. Non so poi se avrò ancora voglia di pubblicare l'altra faccia del sociale e nel sociale di questa tragedia, di questa mia compagna, che è un "dramma" terribile della schiavitù di "un-non-poter essere soggetto". Questa formidabile apertura, però, mi è data da Freud nell'interminabilità, nel poter avere la chiave per accedere e pubblicare, nel senso che per me oggi sarebbe stato difficile guardare in viso questa persona che non era più lei, ma che, invece, è proprio lei, cioè lei in quanto "soggetto". Questo scritto, se ci sarà, parlerà di questa schiavitù, di queste "fantasmatiche" della terapia. Dal momento che nel corso del seminario dello Studium Cartello di quest'anno vi è la perversione come tema, desidero ricordare che Freud affronta il tema indicando che la nevrosi è la negativa della perversione. Freud più volte ha indicato che la nevrosi altro non è che la negativa della perversione. Io, francamente, questa frase qui, agli inizi, non l'avevo ben capita. Anzi: non l'avevo fatta mia. Perché, poi, la nevrosi è ciò che si avvicina al normale, al sociale, a quello che può dirsi "una pratica". A questo proposito, nella storia della psicoanalisi, si è sempre stati tentati nel dire che la nevrosi si può curare, mentre la perversione sarebbe incurabile. Il pensiero, invece, lavora proprio già in mezzo alla perversione. E perché? Cosa vuol dire negativo? Vuol dire che si fotografa lì e poi passerà, potrà passare alla stampa e quindi diventare positiva, ossia diventare perversione. La nevrosi è l'anticamera di qualcosa. Questo è il punto. Io stesso ho stentato tanto a comprendere ciò. La nevrosi è l'anticamera di qualcosa che può andare di là e può venire di qua. Di qua è la salute. Di là è la perversione. Allora la perversione è qualcosa che può ancora venire di qua. Non si può dire che uno che sia perverso sia finito lì. No. E' perverso nel senso che deve combattere con quell'armatura lì. Armatura? Si, perché il nevrotico le prende da tutte le parti. Vorrei tornare alla "Moglie del Tiranno". La moglie, dal tiranno, le prende solamente. Le prende e, allora, dovendosi difendere, diventa malata. Freud ci racconta e ci dice che la nevrosi, ossia quell'instabilità - e questa è una chiave della clinica formidabile - può andare a ossificarsi nella perversione (non pensate, a tal proposito, alla frusta e al masochismo, bensì pensate a tutti i giorni e ai giudizi pazzeschi che vi possono arrivare tra "capo e collo", tanto da rimanerne allibiti). Il trattato delle malattie si può fare solo se è possibile tirar fuori qualcosa dalla perversione, per la via della nevrosi e che può essere traghettata anche dalla parte della salute. Certo è che questo passaggio alla salute spetta a ciascuno.

Roberto Bertin: Io volevo aggiungere una cosa a questo discorso della perversione che, tra l'altro, pensavo di riprendere, in parte, Mercoledì prossimo affrontando la seconda parte del discorso sulla "perversione educativa". Dall'opuscolo dello Studium anche io ho compreso una cosa che dice Contri e che è molto illuminante. Contri dice: "in fondo la nevrosi è inconcludenza del pensiero". E' lì. Rimane lì. E' rimosso. Nella perversione, invece, il pensiero è libero, ma lavora contro la libertà. Lavora, cioè, per costruire tutta una serie di atteggiamenti, di teorizzazioni che impediscono al pensiero di liberarsi. E' veramente soppressione del pensiero. Questo aspetto è molto importante. Contri, di fatti, più avanti parla di "Educazione come la crema dell'atteggiamento perverso". Tutto ciò è vero, dal momento che nell'educazione vi è un lavorio continuo a fare in modo che la libertà nel pensiero non si esprima. Contri arriva a dire, e mi è piaciuto molto, che il massimo della perversione è formare dei formatori, degli educatori. Tutto questo è perfettamente reale. Diamo la parola a Maurizio.

RUBRICA "I COMPITI IMPOSSIBILI" - "L'oro Colato" a cura di Maurizio Forzoni



Maurizio Forzoni: Bene. Grazie di questo spazio. Questa sera parleremo, come dice il titolo, dei compiti impossibili e, in particolare, dell'oro colato. Ho predisposto, per noi, degli spunti di pensiero di Freud e Jacques Alain Miller che ha commentato alcuni passi di Jacques Lacan.

Li trascrivo nello spazio dedicato ai messaggi, qui su skype, ognuno potrà leggerli per proprio conto, dopo di che comincerò a parlare, tentando un approccio ad ulcune questioni.

"(...) Di tutte le false credenze e superstizioni che l'umanità reputa di aver superato non ce n'è una di cui non sopravvivano residui ancora oggi tra noi, o negli strati più infimi dei popoli civilizzati, o, addirittura, negli strati più elevati della società civile. Le cose, una volta venute al mondo, tendono tenacemente a rimanervi. Talvolta verrebbe perfino da dubitare che i draghi preistorici si siano davvero estinti (….)" - Sigmund Freud - Analisi Terminabile e Interminabile - Freud Opere - Volume XI - Boringhieri

"(...) Non c'è niente in questo seminario che inviti i giovani in rivolta ad addormentarsi, non una parola che lo dica, ma il vecchio ricorda ai giovani che vi sono delle strutture di linguaggio e che non basta soffiarvi sopra perché svaniscano, e che per avere la possibilità di cambiare qualcosa bisogna tenere conto di queste strutture. (…) Proprio dopo questo seminario, due anni dopo se ricordo bene il dollaro cominciò a fluttuare, il mondo uscì dai tassi fissi e dagli accordi di Bretton Woods e la speculazione finanziaria prese decisamente il sopravvento nello sviluppo del capitalismo sulla rivoluzione industriale. Nel rileggere questo seminario trovavo che tutto questo era stato anticipato da Lacan, compreso gli anni della presidenza Reagan"(...). - Jacques Alain Miller - Postfazione al Seminario Libro XVII Anno 1969-1970 - Jacques Lacan - Biblioteca Einaudi

"(...) Lacan mette a nudo anche la storia contemporanea, osservando che ciò che domina è il fatto che il significante, come ci si esprime, è dappertutto. L'aletosfera, come Lacan la chiama, indica il fatto che oggi il significante invisibile è dappertutto e che certamente non permette più che ci si spaventi del <<silenzio eterno degli spazi infiniti>>, non permette più di credere che ci sia un silenzio, mentre l'inconscio parla da ogni dove e oggi noi sappiamo intenderlo, sappiamo addirittura iniettarvi del significante (….)". Jacques Alain Miller - Postfazione al Seminario Libro XVII Anno 1969-1970 - Jacques Lacan - Biblioteca Einaudi

"(...)Il Nome-del-Padre è un sembiante. Freud come Nome-del-Padre della Psicoanalisi è un sembiante. Ma non è il solo: Lacan è un altro Nome-del-Padre. Altrettanti sembianti che sono tuttavia necessari per coprire la mancanza del vero sul vero, il difetto di garanzia ultima di tutto ciò che si racconta. E' così evidente, nella psicoanalisi, che noi passiamo il nostro tempo a citare quello che hanno detto questi Nomi-del-Padre. (…) I nomi propri di Freud e di Lacan di cui ci riempiamo la bocca sono eretti sul velo che copre l'abisso della mancanza di garanzia di tutto quello che raccontiamo. (...)". Jacques Alain Miller - Postfazione al Seminario Libro XVII Anno 1969-1970 - Jacques Lacan - Biblioteca Einaudi

Per quale motivo partiamo da Freud e poi da Lacan, quando si parla di psicoanalisi? E' una delle domande che, talvolta, mi vengono in mente. Io mi sento di integrare, perlomeno per quanto è mia intenzione, un po' il tiro tracciato da Jacques Alain Miller. Partiamo da loro, perché abbiamo delle buone radici e non possiamo prescindere da esse se abbiamo un qualche interesse per la psicoanalisi. Non faremo di loro, però, un mito. O almeno, quando accade, perché la tentazione esiste ed è sempre presente, forse varrà la pena di riflettere sul monumento che stiamo erigendo intorno a questi due Nomi-del-Padre della Psicoanalisi che sembrano ancora dialogare tra di loro, pur non essendosi mai conosciuti, e non ci lasciano riposare in sonni tranquilli e di gloria.

Queste radici sono buone perché ci hanno consegnato l'eredità più feconda che ci si possa augurare di ricevere: non dare niente per scontato, nemmeno ciò che riguarda da vicino i nostri atti e le nostre parole.

Tutti quanti noi sappiamo che l'oro ha un suo valore intrinseco, determinato da una quotazione in dollari per oncia. Quindi ogni pezzo d'oro, del medesimo peso, ha per forza di cose lo stesso valore, a prescindere da chi lo detiene, e che è determinato da logiche esterne di mercato, secondo le basilari regole economiche della domanda e dell'offerta. Però l'oro può essere anche trasformato. Nella lavorazione, dalla fusione, è possibile creare monili e gioielli che abbiano un valore aggiunto che, in termini tecnici, si chiama manifattura. Più la lavorazione è artigianale, creando pezzi unici, più il valore della manifattura si avvicina e a volte supera il valore intrinseco del metallo puro. Certo questo è un esempio tecnico. Però mi piaceva indicarlo. Da qualche parte c'è chi raccoglie l'oro colato, decidendo cosa farne. Può essere, ciò che ne farà, un atto creativo oppure anche produzione di oggetti in serie, tutti uguali. Tra una lavorazione artistica o artigianale e una industriale, vi è grande differenza. Penso che siamo tutti d'accordo su questo punto. Mi ricordo che, ad esempio, tra i tanti gioielli che mio Padre realizzava, quelli eseguiti con la tecnica del cesello e dello sbalzo avevano un sapore tutto particolare, unico e artistico. Non era la stessa cosa delle medaglie stampate e vendute, una identica all'altra, senza imperfezioni. Era terribile quando dovevamo vendere nei mercati americani, nelle cosiddette vendite televisive. Essi pretendevano dei pezzi artigianali però tutti identici, senza imperfezioni. A voglia di spiegar loro che questo non era possibile. Non la intendevano. Essi facevano riferimento e si costituivano nella produzione in serie. Era già un discorso indirizzato nel moderno, molto contemporaneo, direi. Sicuramente, molto commerciale.



Bé... fatta questa parentesi, a cui tenevo, e ritornando a Freud e Lacan, sembra sorprendente la loro posizione in quella fase della vita dove, forse, per ciascuno è possibile avanzare un proprio bilancio. Non che non sia legittimo fare bilanci periodici della propria vita, in qualsiasi momento. Non voglio dire questo. Certo entrambi non potevano sapere quando sarebbe cessata la loro esperienza, ma, insomma, erano in un'età che potremmo definire matura, forse anche per tirare i remi in barca e, perché no, vivere di rendita. Invece, entrambi, consegnano agli eredi una disciplina, anzi un'esperienza, che non è né un dogma, né una verità assoluta. Ma nemmeno una verità, se vogliamo essere ancora più precisi. Chi tra i seguaci era pronto per erigere dei monumenti, avrà dovuto riporre gli strumenti e il gesso in magazzino. Bé, come sappiamo non tutti hanno rinunciato. C'è chi, di monumenti ne ha fatti e continua a farne di continuo, ma questi sono i classici effetti della resistenza all'essere esposti ai quattro venti. Non è facile essere esposti ai quattro venti. Occorre sapersi orientare. L'agorafobico, ne sa qualcosa, di quanto sia difficile oltrepassare quella piazza, proprio perché esposta, senza àncore, né lascia passare (ossia autorizzazioni a cui egli perennemente aspira).

In un momento di eccessivo ottimismo, qualche giorno fa, ho scritto un post, indicando il fatto che il desiderio al cambiamento sia molto presente nelle masse. Questo è vero. E' vero però solamente in parte. O meglio, è vero perché rappresenta un auspicio, un buon auspicio. Ma non ci si nutre di auspici o di buone intenzioni.

A proposito di post. Mi si dice che ne scrivo molti. Per me sono ancora pochi. Arrivano? Solleticano? Stuzzicano? Mi auguro di si, ma non ho molte prove o riscontri a riguardo.

Il cambiamento è difficile, faticoso, laborioso. Allora è meglio scegliere l'inerzia, l'ignoranza, il prendere, appunto, tutto per oro colato. Al proprio essere, molti scelgono l'ordine professionale, la certezza che i sistemi funzionino e non facciano, invece, acqua da tutti i pori. Salvo, poi, accorgersene in maniera drammatica quando le cose non funzionano più, quando l'apparenza e il mostrarsi non regge più, quando qualcuno chiede il conto. Anche in ambito psichico, si tira la corda, si va avanti sino a che si può e quando poi il soggetto non ce la fa più, è proprio arrivato, lo si bombarda di psicofarmaci. E' il problema è che la maggioranza degli individui, si fa bombardare, passare al microscopio, studiare, diagnosticare. Prima l'individuo è rettificato e meglio è. Vanno di moda anche le terapie rapide. Presto e subito. Meglio liquidare subito un discorso che può essere visto con occhio malevolo dalla collettività, dalla nostra civiltà. Bambini lasciati per anni alla deriva, senza parlarci, senza sapere cosa pensino, cosa sentano, cosa provino, sino a che non scoppiano e hanno difficoltà, soprattutto in ambito scolastico. Allora al via gli esperti e giù con il farmaco, giù con le terapie e i sostegni. Ma chi li ha mai ascoltati?

Non prendiamoci in giro: da qualche parte c'è qualcuno che gode affinché le cose continuino in questo modo. Qualcuno ne trarrà pur vantaggio, oppure dobbiamo credere che non ci sia sotto una manipolazione, anche e soprattutto di ordine economico-finanziario? Ma non diciamolo in giro, non muoviamoci contro tendenza, occorre farlo con il giusto tatto, senza parole forti, per non passare dai soliti sovversivi che vedono i Draghi dappertutto.

In Italia il pericolo più grande arriva dai mezzi d'informazione che sono servi del potere del consumo, e guai a parlare di queste cose. Bé, del resto, questo sistema di cose paga e paga molto bene. Ci resta internet e face book. Qualcosa lì si lascia dire, sino a che non entrerà nei monopoli di qualche holding.

In Associazione ho avuto rotture, tacite e senza parole, cioè sintomatiche, con alcuni membri. Si aspettavano che io avallassi l'idea di un'associazione che faccia assistenza, per tutti e allo stesso modo, senza desiderio, senza mettersi in gioco. Insomma l'idea che qualcuno pagasse il conto per un altro, meglio se in gruppo. Ma questo è un ideale. La ricerca di un altro Padrone che va bene sino a quando va bene, per poi mandarlo al macero nel momento in cui se ne reperisce e percepisce l'impotenza originaria e originale. Questo è un po' un discorso presente nell'isteria: "Dalle stelle alle stalle". Il passo è breve. S'innalza qualcuno, per poi farlo a pezzi meglio. E quando siamo in questa fase, già siamo a buon punto. Significa che le cose stanno funzionando. Non è un paradosso, questo. C'è da essere più preoccupati, quando, nella relazione, anche analitica, non c'è movimento, ma c'è inerzia indifferenziata.

Al Padrone non importa niente del sapere. Al Padrone non interessa che qualcuno parli, si esprima, si divida, si costituisca come soggetto. Al Padrone non importa del desiderio, importa solo di godere. Al Padrone importa solo della verità, da dirsi assoluta, ossia che non passa attraverso il sapere, il dire della manifestazione sintomatica, che si svela per mezzo degli inciampi del proprio discorso soggettivo: lapsus, motti di spirito, atti mancati e macanti, sogni, sintomi. Al Padrone interessa godere nel presumersi portatore gaudente della verità assoluta, incontestabile, irriducibile se non a sé stessa.

Per questo, nel mio preatto, ho detto: e dopo Freud e Lacan? Non è una domanda così scontata. Per ora, storia alla mano, possiamo dire che abbiamo avuto, dopo di loro, molte guerre e lotte intestine, defezioni, ecc. Per poi giungere a tentare di cancellare la psicoanalisi, per rifugiarsi tutti negli Albi, ossia nell'ordine precostituito. E la responsabilità è proprio di molti cosiddetti psicoanalisti che avrebbero dovuto rifiutarsi e non correre tutti in massa a certificarsi per l'iscrizione.

E intanto, in questo caos, la Norma Soggettiva si è persa. Se non facciamo qualcosa, allora a molti individui non resterà davvero altro che la dose di anestetico giornaliero o una terapia travestita da qualcosa, forse anche da analisi, un'altra maschera o veste, ma che non è, di certo, una psicoanalisi.

Sapete, secondo me, la vera rivoluzione, quella davvero importante di Sigmund Freud? Quella che molti trascurano, che certe frange della psicoanalisi tacciono o scacciano, quasi a vergognarsene, ma che in realtà è stata la vera forza e il vero equilibrio di quel tale Sigmund Freud che scoperse la psicoanalisi? Il fatto che è passato dal sintomo, lo ha riconosciuto, che è passato dalla stessa nevrosi fobica. Ci meraviglia? Freud conosceva il sintomo nevrotico, perché patito nella sua stessa carne. Per questo ha dedicato la sua vita affinché altri rimuovessero e risolvessero i loro sintomi nevrotici. Altro che professionismo, che "pour parler", che trattati. Quando dice: "La mia vita è la psicoanalisi", proprio a questo si riferisce. E' stato il primo analizzato perché oltre che desiderio, aveva il suo sintomo che spingeva nella strada dell'interpretazione. E a questo invito egli non fu né innocente, né assente.

La psicanalisi non sarà mai per tutti coloro che si aspettano un professionista certo, senza dubbi, illuminato, perfetto, senza passioni, in cattedra, con occhi scrutatori, che non ha conosciuto giammai la sofferenza nella propria carne. Assolutamente no. Lo psicoanalista non può essere questo.

Lo psicoanalista è in grado di ascoltare l'altrui sofferenza, perché sa di cosa si tratta. Per tutto il resto, ci sono i farmaci o le terapie brevi e ancor più sintomatiche dei sintomi che dovrebbero curare.

La psicoanalisi è curarsi e aver cura dell'altro, anche quando mente, anche quando ci prende per il naso, anche quando resiste. Però anche quando è felice, quando è contento di capire, quando vede che la sua vita interiore ed esteriore si sta modificando, per mezzo della parola, della sua con un altro che ha orecchie per intendere. E non sorprenda: tutto ciò si compie con amore, a volte con odio, ma non c'è molta differenza.

Sta qui la novità tutta freudiana. Io non parlo dall'alto della mia scienza, o della verità di studioso, o di Padrone a cui conviene sottomettersi, per godere senza desiderio, ma da quel luogo decentrato, di cui, io stesso, in quanto psicoanalista, ne riconosco gli atti e gli effetti.

Termino con un passo tratto dall'ultimo libro di Massimo Recalcati, "l'Uomo senza inconscio" che Vi invito a leggere.

"(...)La psicoanalisi è destinata a estinguersi se non ritroverà la ragione etica che fonda la sua pratica: rianimare il soggetto del desiderio, rendere il desiderio capace di realizzazioni creative, promuovere la singolarità irriducibile del soggetto come obiezione a ogni sua assimilazione conformistica. (...)" -Massimo Recalcati- L'uomo senza inconscio-Raffaello Cortina Editore.

Qualche mese fa, a me venne in mente di creare un atto di fondamento del Circolo Amici di Freud e del Pensiero Analitico nella Psicoanalisi Creativa, dove il desiderio di ciasc-uno è quello di ritrovare quell'atto costitutivo e di fondamento, ossia quel momento, ricco di senso, della creazione dell'essere in quanto soggetto. Oggi quest'atto mi è sembrato molto in tema col pensiero di Massimo Recalcati.

Là-mento! E' sempre meglio che nutrirmi di certezze che cementano, sin da bimbo, gli atti di creazione.

Grazie.

Giancarlo Gramaglia: Grazie Maurizio che l'hai detto. Mi auguro che queste tue parole siano state registrate affinché possiamo pubblicarle. Hai fatto colare dell'oro che non ha costruito l'oggetto, ma è andato al di là. Quell'oro è servito a qualcosa. Ha costruito un anello che ci permetterà di lavorare e di portare l'analisi al di là del làmento. L'assistenza senza mettersi in gioco che s'innalza, s'innalza proprio sempre di più, per poi farlo a pezzi. Il che, poi, è come farne un Mito, come tu dicevi. Dove il Padrone ha proprio l'esigenza di questa verità assoluta, perché diventa un bisogno. Diventa, cioè, un qualcosa che si può documentare oggettivamente. Invece non possiamo che parlare di noi stessi. E parliamo sempre e solo di noi stessi. Proprio come dici tu, possiamo consegnare agli eredi solo quest'esperienza qui. Bé, se ce l'ha fatta Freud che era unico.... anche ciascuno di noi è, però, unico. Adesso c'è qualcosa nel pensiero. Freud non poteva nemmeno scambiare. Questa rivoluzione patita da ciascuno parte sempre da un luogo decentrato. Essa è fondante per il soggetto, al di là del làmento. Apprezzo molto questa conclusione, perché mi è nuova e mi è piaciuta moltissimo.

Roberto Bertin: Io volevo porre l'accento su questa frase dello scritto anticipatorio a questa serata di Maurizio ove parla di "senza quadratura dei conti" rispetto al soggetto. Oggi riuscire a chiacchierare con un altro soggetto, uomo o donna che sia, comunicando l'importanza di questa posizione del "senza quadratura dei conti", ritengo sia operazione di una difficoltà estrema. Lo pseudo-bisogno di sicurezza, di "pace" - mi viene in mente Moreno Manghi quando dichiara che lui è contro la pace, adesso ho capito perché - è una difficoltà esistenziale terrificante. C'è un disperato bisogno di far quadrare sempre i conti. Questo atteggiamento, in soldoni, si traduce con: "Non voglio grane!" "Voglio una relazione tranquilla e sicura!" (anche se fa schifo). Il non saper stare "senza quadratura dei conti" è un muro di gomma contro cui si scontra qualsiasi tentativo di dialogare in un altro modo.

Salvatore Caldarola: Quest'oro colato è stato trasformato, questa sera, da artigiano. Questo mi è piaciuto molto. Il valore aggiunto di cui Maurizio parlava è arrivato proprio artigianalmente. Volevo aggiungere qualcosa sui malesseri che ognuno di noi può avere, rispetto a quello che sentiamo e vediamo tutti i giorni. Secondo me molti di questi mali derivano da questa società in cui viviamo. Io sono però convinto di una cosa: nel momento in cui avvertiamo un male, è il nostro corpo che ci dà un segnale, perché magari non ci amiamo abbastanza. Questo male è un grido di allarme che il nostro corpo dà alla nostra interiorità per avvertirci che ci stiamo facendo male. Sono quindi un invito ad analizzare questi sintomi, con il pensiero che è in noi, che diviene un tramite per darci delle risposte e farci stare meglio. Quando Maurizio parlava del bambino che scoppia, mi ha fatto ripensare alla mia infanzia. Quando ero bambino io ero silenzioso, mi appartavo, non stavo mai con gli altri, e poi, all'età di diciotto anni, sono scoppiato: sono scappato via di casa. Non sapevo spiegarmi il perché di questa fuga in cui avevo abbandonato tutto e tutti. Dopo una settimana ritornai a casa. E' vero che la mancanza di dialogo genera sofferenza, silenzi e solitudini. La mia rinascita è avvenuta quando ho ritrovato un nuovo dialogo. Nel mio caso, ad esempio, questo è avvenuto quando sono entrato nel sindacato. Sto riflettendo molto anche sul ruolo dei Mass Media di cui parlava Maurizio. La televisione, in maniera continuativa, ci bombarda d'informazione, tanto che potremmo dire che siamo tutti anestetizzati nei nostri pensieri. I Mass Media come anestetico. Concordo, altresì, sul fatto che il desiderio è creativo. Quando si è innamorati, infatti, si diventa molto creativi: si riesce a scrivere bene, a dipingere. E' una molla eccezionale per la nostra forza creativa. I temi trattati questa sera mi fanno riflettere. Gli accademici, i professori, ma anche gli psicologi non possono stare sulla cattedra, e mi fa piacere che tu lo abbia detto, ma occorre che scendano ad occuparsi della persona, della sofferenza. Mi sono sempre chiesto, infatti, come faccia uno psicologo, un medico, una persona che magari non ha avuto mai problemi, che è stato sempre bene, che ha avuto una famiglia benestante, a comprendere solo dai libri ciò che è bene per un'altra persona. I libri e i testi non possono essere sufficienti per avere a che fare con la sofferenza dell'altro.

Ernesto Rinaldi:
Proverei anch'io a dire qualche cosa. Intanto voglio ringraziare anche io Maurizio perché il suo pezzo anticipatorio e quello che ci ha detto questa sera è forte. Questo è un discorso sull'etica della psicoanalisi che poi è un'etica non scritta con la "e" maiuscola, ma piccolina, in corsivo. Per farci riflettere e ripensare questa questione della psicoanalisi di non dare "nulla per scontato". Questo è un fondamento, un elemento di riflessione continua. Questa questione, probabilmente, è ciò che aveva fatto scattare, nell'ebreo Freud, il lavorare in una certa maniera. Ed è ciò che poi ci ha tramandato. Vorrei dire, aggiungendo qualche cosa a ciò che ha detto Giancarlo, intorno a quel "ciascuno è speciale". Certo. Ciascuno di noi è speciale. Solo ogni soggetto può elaborare il lavoro (o gli scritti) di Freud, di Lacan e di tutti quelli che ci lavorano intorno lasciando i propri messaggi. Rielaborare su questo materiale, ma in base a ciò che ciascuno rilegge. Non possiamo uscire fuori dal discorso del soggetto … per fortuna. La psicoanalisi è unica, in questo senso, come scienza. La psicoanalisi che parla di soggetto. E' lui che legge, vede, interpreta, dice. Sintomo, star bene, stare male, quadrare i conti, cosa significa? Significa "quadrare il conto". Ognuno di noi ha una diversa maniera di quadrare il conto, assolutamente unica. Inserirei solo questo pezzettino che mi sembra che aggiunga qualcosa all'elaborazione di Maurizio, a questo suo "plauso" della psicoanalisi.

Claudia Rapetti: Io ho scritto, questa sera, una sola parola come appunto: SBILANCIAMENTO. Provo a capire con voi perché. Roberto diceva: "Con chi ne parlo del fatto che bisogna uscire da questa logica della quadratura dei conti?". Secondo me ne puoi parlare solo con chi lo ha provato. Ed è anche vero che ne puoi parlare solo se lo hai provato. Altrimenti cadi nella quadratura dei conti che è un po' la ricerca di ciò che rassicura, quindi anche del non-rapporto. C'è da chiedersi come mai rassicuri tanto. Perché il non-rapporto, là dove non ci si sbilancia, è vero che non si rischia, è vero che si può predire ed è tanto rassicurante ciò che succederà, ma è altrettanto vero che proprio è il pensiero e l'atto contrario all'investimento che ti permette un guadagno. Là dove investo mi devo sbilanciare, m'impegno, m'invento, e, inevitabilmente, mi sbilancio perché vado a rischio. Non posso pre-dire, non è detto, secondo schema, cosa succederà. Però è solo lì che ci posso guadagnare. Quindi non c'è via di uscita: perché da una parte ti può rassicurare solo "il non-sbilanciarti", ove è vero che quadrano i conti -- ma sono sempre conti in perdita -- e dall'altra c'è "mi sbilancio", non posso pre-dire niente -- ma è anche vero che lì ci posso guadagnare -- ed è solo lì che il desiderio spinge. Nell'immobilità e nella staticità del non-sbilanciarsi, il desiderio non ti può spingere. Ragionando su queste cose, quindi, chi ne trae vantaggio? Non sono tanto d'accordo - poi ha rettificato Maurizio - quando dice "le masse vogliono un cambiamento, il desiderio di cambiamento è presente in molti". Io questo non lo vedo, mi dispiace. Pensando, perciò, che così non sia, e continuando a ragionare sull'ipotesi che non è così, purtroppo a me pare, viene da dire, appunto, chi ne trae vantaggio. Riprendendo l'esempio della situazione americana che ha fatto di sfuggita Maurizio, lì vi è proprio questa contraddizione. Da una parte, infatti, è vero che vogliono i pezzi unici, quelli tutti uguali, tutti desiderano più o meno questo pseudo - desiderio che li accomuna di realizzare le stesse cose, ma è anche vero che, d'altra parte, sono stati quelli che si sono sbilanciati, in economia, negli investimenti e anche in tanti casi sui quali sorvolerò. Però ci sono questi due aspetti. Come è finita questa cosa? E' finita in un rientro totale. Appena c'è stato un inghippo nel ritorno dell'investimento, si è bloccato tutto. L'altra cosa che non capisco e non mi spiego, di questa società che poi è presa a modello da molti altri Paesi, perché nella civiltà americana, dove esiste la situazione contraria rispetto all'Italia in cui, come diceva Maurizio, i mezzi d'informazione sono Servi, mentre in America questi ultimi sono l'unica cosa che possiamo salvare, vale a dire che hanno una loro autonomia, nonostante questa libertà d'informazione persista questa uniformità, questo gran desiderio di essere standardizzati, questa "quadratura dei conti" che, come dire, li rende pavidi come soggetti, per poi, magari, buttarsi nelle imprese. Come soggetti, però, sono totalmente pavidi, totalmente incapaci di sbilanciarsi. Questo è un modello che viene seguito anche altrove. Questo proliferare di targhe, ordini, attestati, pezze d'appoggio. Tutto questo va a compensare là dove è il soggetto: qualunque mestiere faccia, occorre che si sbilanci.

Flavia Giacometti: Volevo dire questo. Quando a fine estate, in Segreteria, ho ricevuto la parte di Maurizio contenente una bozza di lavoro che proponeva per il Seminario di quest'anno, mi ha intrigato molto, e gliel'ho anche scritto, proponendogli questi titoli, "I COMPITI IMPOSSIBILI", e poi "L'oro Colato". Gli ho proposto questi titoli senza sapere di questo particolare che poi ha raccontato questa sera e relativo al lavoro del Padre. Mi è piaciuto molto quello che leggevo in questa bozza di lavoro e del percorso che faceva Maurizio, nel pensiero, con riguardo ai Compiti Impossibili indicati, per altro, da Freud: Educare, Governare….. L'esamina che ne seguiva ove il soggetto, nel tentativo di realizzare questi compiti impossibili, finisce per prendere per "oro colato" ciò che lo rassicura di più, perché, come dicevamo questa sera, trovare il proprio Atto Costitutivo è un lavoro impegnativo. Come diceva Giancarlo, questo è un atto patito da ciasc-uno. Occorre avere orecchie per intendere.

Roberto Bertin: Io volevo solo precisare quello che ha detto Claudia: "Con chi ne parlo?". E' vero. Ne parlo con chi è senza quadratura dei conti. Quello che Claudia segnala come impressione e dato sociale dell'aria americana vale anche per l'Italia. Se qualcuno è rimasto per del tempo senza quadratura dei conti e non ha avuto un ritorno, immediatamente si ribilancia in una posizione di obiezione alla relazione e al rapporto, per cui gli spazi e gli spiragli per chiacchierare e per fare pensiero si riducono sempre di più. L'impressione americana che ha Claudia è un'impressione italiana esattamente identica.

Giancarlo Gramaglia: Solo per sottolineare ancora: "Con chi ne parlo?". E' proprio qui la questione. La nostra operazione nell'andare, ad esempio, nel sociale, quindi nell'altra dimensione propria dell'Avvocato della Salute, ci indica che non è possibile rimanere dentro la quadratura dei conti. Nella quadratura dei conti il soggetto non si farà mai. Noi non possiamo, quindi, consegnare agli eredi quest'esperienza: della quadratura dei conti. E' fondamentale ciò, perché se noi andiamo a soddisfare questa quadratura dei conti nell'operazione sociale, qualsivoglia, finiremo disintegrati. L'operazione che eventualmente possiamo tentare di fare, quindi, per portare la questione del Cortile e della Norma Soggettiva nel sociale, è proprio quella di rompere costantemente nei figli questo discorso della quadratura dei conti.


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