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In genere l'Incontro è speciale di Maurizio Forzoni
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I compiti impossibili "in genere l'incontro è speciale"

a cura di Maurizio Forzoni



Genere, specie e incontro, è un buon inizio.

Qualche giorno fa, in uno dei tanti incontri che ricevo nel mio studio o presso la sede dell'Associazione, due signori, moglie e marito, portano dinnanzi alla mia testimonianza i loro frequenti battibecchi. Per la verità molto simpatici.

Al termine dell'ennesimo battibecco con la moglie, il marito mi confida (ma la moglie, poco distante, era partecipe): "vede, noi ci vogliamo bene, poi dopo si discute tutto il giorno, ce le diciamo proprio di tutti i colori. Io, però, non l'ho mai toccata, neanche con un dito".

Come sempre avviene con l'altro, mi è sembrato un buon insegnamento: l'unico, direi, possibile,se mai volessimo proprio passare il termine d'insegnamento, purché inteso non come indottrinamento, bensì trasmissione di un sapere che passa attraverso la storia di ciascuno e dei propri "incontri".

Vi ringrazio e Vi aspetto Mercoledì 23 Febbraio p.v al seminario, con questa novità che ha il sapore di un ulteriore incontro. Andrò a braccio, senza bibliografia, perché questo tema mi piace trattarlo in questo modo: senza guaine.

Maurizio Forzoni

I compiti impossibili “In genere l'incontro è speciale” di Maurizio Forzoni

Serata del 23/02/2011 ore 21:00

Questa sera mi sono preso davvero pochi appunti, perché mi piace trattare l'argomento un po' così, lanciando delle riflessioni, per parlarne insieme, lasciando insomma l'argomento il più aperto possibile.

Io credo che l'incontro non sia una questione, ma semmai è “la questione”. E' tanto “la questione” che oggi, più che mai, gli incontri li si danno per scontati. Più le cose le si danno per scontate è più occorre saperle cogliere.

Pensiamo che l'uomo e la donna, tutti e proprio tutti, nascono già e per via di un incontro e non c'è vie diverse: è la nascita (non già l'origine) di ciascuno di noi. Lo si dà talmente per scontato che, secondo me, ci si pensa poco. E forse è meglio, pensarci poco, è più comodo, altrimenti chissà dove andremmo a parare o a pararci. La vita nasce, vive e continua con degli incontri. Forse l'unico momento in cui si è davvero soli è il momento della propria nascita e quello della propria morte. Poi, per il resto, ci s'incontra, più o meno e a fasi alterne. C'è sempre dell'altro. Eppure, come notò Freud, è proprio l'altro a generare in noi angoscia. E anche ansietà. Il bambino spesso sta in ansia per i genitori, soprattutto per quelli dello stesso sesso. Con quali intenzioni, sappiamo benissimo. Lo sappiamo molto bene perché ognuno di noi ci è passato, con più o meno fortuna.

Anche questa sera, c'incontriamo. Ma non è detto. Ci proviamo e già provarci non è poi tanto male. Ogni volta che io lancio una parola, non è mica scontato che sia raccolta, o interpretata come io vorrei. Anzi, quasi mai questo avviene. Quando avviene, non c'è da esserne molto contenti. Eppur l'umano cerca sempre di essere riconosciuto, attraverso la propria parola, nel messaggio che ne riceve dall'altro (in forma invertita diceva Lacan), sino ad aspirare (o essere aspirato), a volte, alla parola ultima di riconoscimento, quella assoluta, il Verbo diremmo incarnato. In tal caso se non c'è della mistica, il che è possibile, siamo nel pieno delirio.

Grazie al genere, all'incontro del genere maschile e del genere femminile, abbiamo, ancora oggi, una qualche speranza che la specie sopravviva. (Ovvia, oggi non è che poi la specie sopravviva tanto bene, semmai vivacchia alla meno peggio). Questo incontro donna e uomo, sempre immaginato, ma poi costantemente in questione. Lacan giunse, con il grido di scandalo di molti che non hanno provato nemmeno a comprenderne il significato --per la verità non è tuttora facile -- a dire “Non c'è rapporto sessuale”. Quel signore nel mio studio, dicendomi, riferendosi alla moglie, “io non l'ho mai toccata nemmeno con un dito”, non poteva essere più esplicito. Oh, si, a primo intuito sembrava dirmi che lui non aveva mai menato le mani con la moglie, ma in realtà la questione, secondo me, era tutta su un altro piano. E' l'incontro che fa sempre questione. Si presuppone, talvolta, l'incontro. Può essere questione essenziale

Il primo desiderio di ciascun uomo e donna è quello di riconoscimento. Non a caso avviene, in analisi, quel rapporto (incontro) tutto particolare che può chiamarsi soggetto supposto sapere (ossia lo si riproduce, proprio perché riguarda l'incontro di ciascuno. Incontro che c'è stato, non c'è stato, presupposto, immaginato o desiderato). Io vado da un altro, a cui pongo una domanda, un altro che sa dirmi, perché lui si che sa, quello che io credo di non sapere sulle questioni che mi riguardano in quanto soggetto. Detto così sembra roba da settimana enigmistica. E' infatti lo è, nel senso dell'enigma. Questa questione, però, ossia il soggetto supposto sapere, termine utilizzato da Lacan, occorre che perda il suo fascino (come lo stesso Lacan ha ammonito più volte), occorre che si perda, come la perdita originaria. Se non si perde, secondo me, ecco che la psicoanalisi sfocia nella psicoterapia. Molta psicoanalisi può sfociare in questa direzione: di sostegno, sino all'ultimo, del soggetto supposto sapere. Lo si difende sino all'ultimo. Mi spiace. Non siamo più nella psicoanalisi. E non tutti se ne accorgono. L'incontro non sempre è speciale, “in genere” lo è. Ma non sempre.

In fondo la psicoterapia cosa altro è se non il sostegno del Grande Soggetto Supposto Sapere? Ecco, secondo me, se teniamo bene a mente questo, abbiamo l'opportunità di riconoscere dove la psicoanalisi non è psicoterapia. Insomma, dovrà prima o poi il soggetto comprendere che sta parlando di sé e che l'unico soggetto supposto sapere altro non è che il proprio inconscio ovvero il proprio SINTHOMO. (Scritto con il TH).

Riprendiamo il filo del discorso, anche se in realtà spero di non averlo mai perso, dal momento che l'incontro analitico è solo un tipo particolare d'incontro. Anzi se c'è psicoanalisi, finisce per essere proprio l”incontro, come il Sinthomo (sempre da scriversi con il th). Come detto la vita è ricca d'incontri: con i familiari, con amici, con conoscenti. Ci si può incontrare anche con un libro, un testo, uno scritto, un pensiero, un'idea e se si ha fortuna, appunto, ci si può incontrare anche con il proprio essere. Non è male, quest'ultimo incontro.

Questa mattina, in un altro incontro, appunto, parlavo di come oggi la crisi si senta anche nell'ansia che viene messa nelle vicende. Tutti vogliono tutto e subito. Le pratiche debbono essere veloci. La prima cosa che ti domandano, quando ti portano una pratica (parlo del mio lavoro ovviamente, non posso parlare che del mio lavoro), la prima cosa che ti chiedono: “quanto tempo ci vuole?”. Sembra che tutti siano in corsa con il tempo, tanto che vien da chiedersi: quale tempo? Dove fuggiamo tutti? E ancora: “volevo chiamarti, ma sai non ho avuto il tempo”. “Volevo risponderti, ma dopo mi è mancato il tempo”. Proprio a questo proposito, continuando queste considerazioni con questo interlocutore, ho detto che gli attacchi di panico sono fra i sintomi in aumento, quasi epidemico, nella nostra era contemporanea. Il fattore tempo, tempus fugit, è, a mio avviso, molto pregnante nell'attacco di panico. E' gravido. La terra che si sbriciola sotto i piedi, che frana. Vertigine piena. C'è frattura, del proprio mondo. Ho citato come esempio l'attacco di panico proprio perché in esso non c'è incontro, bensì godimento sempre più solitario. Così oggi come si manifesta, l'attacco di panico non è sintomatico, a mio avviso. Tutt'altro è protezione, barriera verso il proprio sintomo. Ossia barriera o esclusione dell'altro. Misconoscimento della propria ferita narcisistica che l'incontro con l'altro impone. E come si fa a lavorare senza domanda? Mi chiedo io. Molto male o molto poco. E' come quando mi si chiede una pratica veloce senza dare e sopratutto prendersi tempo. Come se tutto dovesse consumarsi in serie, senza un briciolo di desiderio.

Per concludere questo quadro che a mio avviso rappresenta la nostra quotidianità, nella cui trappola anche la psicoanalisi rischia di cadere con il benestare di molti, desidero sempre chiudere con un velo di speranza: “eppur si muove. E insiste”. Lo diciamo spesso. Da qualche parte, allora, qualche “incontro in genere speciale” sarà pur possibile. Qualche incontro che non sia un “FAST FOOD”, ovvero un mordi e fuggi.

Grazie del Vostro tempo.


(Trascrizione redatta dalla conversazione avvenuta. Scritto non revisionato, né controllato dall'autore)

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